La nostra casa. Da curare, proteggere, amare. Un numero per conoscere e affrontare insieme la sfida epocale di onorare l’eredità di questa Terra meravigliosa che abitiamo. E custodire la vita, la dignità e i mezzi di sostentamento non solo di coloro che vivono oggi, ma anche delle generazioni future.
«Servirebbero dei poeti, persone in grado di inventare nuove parole per descrivere cosa vuol dire vedere un pianeta, che è un essere vivente, che ha il suo respiro. Noi osserviamo le nuvole che si muovono, che si formano con le grandi tempeste… è quasi un respiro. Vediamo la linfa di questo pianeta vivente: i suoi fiumi, gli oceani che cambiano in continuazione; ne vediamo la pelle, i deserti, le montagne. È un essere vivente all’interno del quale noi abbiamo un ruolo come esseri umani, come parte della fauna di questo pianeta. Tutti noi partiamo cercando l’esplorazione, le stelle, la luna… ma ci innamoriamo del nostro pianeta vedendolo così fragile, così bello. Forse la parola che più facilmente descrive l’emozione verso il nostro pianeta è amore: una parola molto semplice, che racchiude tante cose complesse». Luca Parmitano, astronauta (Intervista di Antonio Santamato, 20/10/2025, fondazioneleonardo.com)
Il Comitato della Soka Gakkai Internazionale per le prospettive globali ha rilasciato una Dichiarazione sul cambiamento climatico in previsione della COP30, la riunione annuale dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unitesui cambiamenti climatici che si è svolta in Brasile dal 10 al 21 novembre 2025. Riportiamo qui alcuni passaggi particolarmente interessanti
Quest’anno l’impatto delle temperature anomale sulle regioni del globo ha superato quello dell’anno scorso, considerato ufficialmente come l’anno più caldo della storia. Inondazioni e piogge torrenziali senza precedenti si verificano con sempre maggiore frequenza causando danni catastrofici di una portata che prima era impensabile. Mentre la concentrazione di anidride carbonica, il principale gas serra, ha raggiunto livelli record, tutti i principali ghiacciai del mondo stanno continuando a sciogliersi e il livello medio del mare ha toccato i massimi storici per il tredicesimo anno consecutivo. Inoltre l’aumento senza precedenti di incendi boschivi di vaste proporzioni ha contribuito a un’impennata nella perdita di foreste primarie in tutto il mondo, portando ai massimi storici anche l’area totale di foreste distrutte. È stato osservato che “il futuro non è più quello di una volta”. In passato, anche quando le società andavano incontro a vari cambiamenti, il futuro era ancora percepito come qualcosa di relativamente prevedibile. Ma adesso ovunque si manifestano situazioni critiche, in termini sia di innalzamento delle temperature sia di disastri naturali, tali che in molti paesi le persone avvertono un netto e innegabile mutamento di rotta: la sensazione di essere entrati in una dimensione radicalmente diversa da qualsiasi cosa vissuta in precedenza. In questa crescente situazione di incertezza e instabilità sta iniziando a impadronirsi della popolazione mondiale un senso di rassegnazione, la sensazione che forse risolvere la crisi climatica sia al di là delle nostre capacità. Ciò nonostante, ci sono ancora molti ambiti in cui noi, membri della società civile, possiamo far sentire la nostra voce e compiere azioni che promuovano una trasformazione più ampia. Anche di fronte a crisi senza precedenti siamo in grado di abbracciare uno spirito di solidarietà reciproca, di unire le forze per proteggere la vita e la dignità, nostra e degli altri, rifiutando di cedere alla disperazione. In questa occasione vorremmo sottoporre due proposte che mirano a rafforzare la solidarietà internazionale allo scopo di favorire il progresso delle iniziative per affrontare la crisi climatica basandoci sulle esperienze acquisite attraverso le attività tuttora in corso.
RAFFORZARE LA SOLIDARIETÀ NELLA SOCIETÀ CIVILE La prima proposta riguarda la mobilitazione della società civile. Per affrontare la crisi climatica, anche attraverso gli sforzi di ridurre le emissioni di gas serra, le misure a livello nazionale non bastano. C’è urgente bisogno di unire la volontà delle persone di ogni luogo nel ricercare un futuro di speranza e sicurezza. Le comunità religiose, con le loro diverse tradizioni di fede, possono svolgere un ruolo vitale in questa direzione. Poiché più dell’ottanta per cento della popolazione mondiale aderisce a qualche forma di credo, tali comunità sono in una posizione unica per ispirare quella trasformazione nei comportamenti essenziale per affrontare la crisi climatica. Viene dato particolare risalto a tre aree chiave: - diffondere informazioni accurate sul cambiamento climatico; - dare rilievo alle voci di chi si trova in situazioni di vulnerabilità, come coloro che stanno vivendo direttamente le conseguenze del cambiamento climatico, e assicurare che siano incluse negli spazi di dialogo e decisionali; - incoraggiare, come persone di fede, l’adozione di una prospettiva basata sull’umanità e sulla realtà vissuta dalle persone comuni come principio guida in ogni discussione relativa al clima. Nella Proposta di pace 2020 il presidente della SGI Daisaku Ikeda sottolineò con forza l’importanza di non lasciare indietro coloro che lottano in circostanze difficili, riferendosi in particolare agli abitanti delle nazioni insulari le cui terre venivano sommerse dall’innalzamento del livello del mare: «Anche se queste persone, trasferendosi in un’altra isola, si sentissero più sicure da un punto di vista materiale, rimarrebbero prive della cosiddetta “sicurezza ontologica” che percepivano vivendo sulla loro isola. […] Qualsiasi iniziativa per contrastare il cambiamento climatico deve assolutamente tener conto di questo genere di danni irreparabili. […] Quando si parla degli impatti del cambiamento climatico si ha la tendenza a concentrarsi sull’entità delle perdite economiche o su altri indicatori quantificabili, ma io ritengo sia importante considerare la sofferenza reale dei tanti individui che questi indici macroeconomici tendono a offuscare, ponendola al centro dei nostri sforzi per unirci nella ricerca di soluzioni» (BS, 200). L’ONU e il Brasile hanno chiesto che le future azioni sul clima siano caratterizzate non solo da considerazioni politiche e analisi scientifiche, ma anche da inclusività e impegno etico. A tale scopo è stato sviluppato il Bilancio etico globale (Global Ethical Stocktake, GES), un ambito di dialogo che va oltre obiettivi numerici come la riduzione dei gas serra e sollecita invece un riesame sostanziale, dal punto di vista etico, di ciò che noi esseri umani stiamo facendo all’ambiente della Terra. È un tentativo di risvegliare un senso di volontà collettiva al di là dei confini nazionali e ispirare l’umanità a scegliere nuovi modi di vivere per costruire un mondo dalle solide fondamenta etiche. Al cuore di questi sforzi c’è la consapevolezza che senza una trasformazione autentica del comportamento e delle priorità dell’umanità anche le soluzioni tecnologiche più avanzate non potranno risultare pienamente efficaci. Ora più che mai tutte le tradizioni religiose devono essere fonti che alimentano la coscienza umana e guidano gli individui a rispondere concretamente alle sfide globali. Sono chiamate inoltre a svolgere un ruolo ancora più attivo nell’ispirare la resilienza dello spirito umano – uno spirito che rifiuta di arrendersi anche davanti alle peggiori difficoltà e che si leva deciso ad affrontare anche le prove più spaventose.
COINVOLGERE SEMPRE I GIOVANI La seconda proposta è l’istituzione di un consiglio permanente dei giovani all’interno del Segretariato della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), un gruppo che abbia lo scopo di esplorare e sviluppare nuove misure e strategie mirate ad affrontare le difficoltà attuali, presentando poi queste idee alle sessioni annuali della COP. Negli ultimi anni i giovani hanno fatto sentire le loro voci chiedendo urgentemente iniziative più energiche per il clima, per ridurre le emissioni di gas serra e condividere idee e iniziative nei rispettivi paesi e comunità. Alla base vi è la profonda e incrollabile determinazione di salvaguardare le fondamenta non solo della propria sopravvivenza ma anche di quella di coloro che devono ancora nascere, e il profondo desiderio di plasmare un futuro di speranza con le proprie mani. Poiché le attuali decisioni della comunità internazionale avranno il massimo impatto sul futuro dei giovani, la richiesta che vengano inclusi nei processi decisionali è sempre più forte e ciò è essenziale nella prospettiva di raggiungere una giustizia climatica. Su questo sfondo, nel 2022 l’Assemblea generale dell’ONU ha adottato una risoluzione storica che riconosce il diritto umano a un ambiente pulito, sano e sostenibile e fa riferimento anche alle generazioni future come beneficiarie di questo diritto. Nel luglio di quest’anno la Corte internazionale di giustizia (ICJ) ha emanato uno storico parere consultivo in cui dichiara che gli Stati hanno l’obbligo di proteggere l’ambiente dalle emissioni di gas serra e di cooperare nel prendere misure efficaci. I giovani sono stati il catalizzatore di questo storico processo. È stato infatti il forte impegno degli Studenti delle isole del Pacifico che lottano per il cambiamento climatico (PISFCC) a indurre lo stato di Vanuatu a dare avvio a una risoluzione dell’Assemblea generale dell’ONU in cui si richiedeva il parere consultivo dell’ICJ, che ha poi messo in moto il procedimento giudiziario. La passione e la vitalità dei giovani devono essere integrate nel quadro internazionale per affrontare la crisi climatica, consentendo loro di guidare potenti ondate di trasformazione. “Il futuro non è più quello di una volta”. Questo fu il monito che Aurelio Peccei, cofondatore e primo presidente del Club di Roma, rivolse all’umanità del XXI secolo. Con queste parole non intendeva solo avvisare che ci sarebbero state crisi da affrontare, bensì credeva che il futuro avrebbe deviato in maniera così netta dal modo in cui lo si intendeva una volta, che i metodi e i sistemi convenzionali non sarebbero più bastati per affrontare le crisi future. Nelle sue parole era implicita la convinzione che, per trovare soluzioni efficaci, la leadership andasse affidata alle generazioni più giovani. Nella Proposta di pace 2020 il presidente Ikeda rifletteva sulla convinzione, condivisa con Peccei, dell’illimitato potenziale dei giovani: «A differenza di temi come l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse, oggetto di preoccupazione nel periodo in cui fu pubblicato I limiti dello sviluppo, le cui cause possono essere per la maggior parte individuate e analizzate separatamente, i fattori che causano il cambiamento climatico sono talmente integrati in ogni ambito della vita quotidiana e dell’attività economica da rendere molto più difficile l’individuazione di soluzioni. Proprio perché la sfida del cambiamento climatico è così complessa e richiede un approccio multiforme, possiamo considerarla un’occasione unica per gli esseri umani di esprimere in modo diversificato il loro potenziale illimitato» (BS, 200). Il presidente Ikeda aveva già sottolineato l’importanza cruciale di includere le voci dei giovani nella ricerca di soluzioni alle sfide globali. In una proposta del 2006 per la riforma dell’ONU chiese che fosse istituita un’agenzia speciale dedicata a coinvolgere i giovani del mondo. In linea con questa proposta, nel dicembre 2023 all’interno del Segretariato dell’ONU è stato istituito l’Ufficio giovani, per potenziare e allargare il loro impegno e la loro influenza all’interno delle Nazioni Unite. Questa espansione del coinvolgimento dei giovani deve essere la massima priorità per gli ambiti internazionali che mirano ad affrontare la crisi climatica. Ora è tempo di creare spazi e opportunità in cui i giovani possano esprimere appieno il proprio potenziale e svolgere i ruoli di cui sono capaci. Fingere di non vedere le gravi realtà davanti a noi non arresterà la crisi. Basandoci sui due pilastri proposti – una mobilitazione globale delle persone della società civile e la costruzione di istituzioni più forti in cui la presenza dei giovani sia la norma – lavoriamo insieme per affrontare la sfida epocale di proteggere la vita, la dignità e i mezzi di sostentamento non solo di coloro che vivono oggi su questo pianeta, ma anche delle generazioni future.
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Per chi è nato e per chi deve ancora nascere
Selezione di brani dalle Proposte di pace di Daisaku Ikeda sul tema dell’ambiente «Quando la volontà dei giovani di trasformare la realtà si fonde con un indomabile ottimismo, le possibilità sono illimitate. Greta Thunberg, che sta guidando il movimento per combattere il cambiamento climatico, ha affermato: “Di fatto ogni grande cambiamento nella storia è stato compiuto dalle persone comuni. Non dobbiamo aspettare. Possiamo iniziare il cambiamento proprio adesso”» (Daisaku Ikeda, Proposta di pace 2020, BS 200).
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È esperienza comune, quando si approfondiscono i temi della tutela ambientale, del clima, dell’ecologia o della biodiversità, sperimentare un senso di urgenza per gli scenari a cui stiamo andando incontro o che già ci troviamo di fronte. A questa urgenza si mescola un groviglio di emozioni: talvolta ansia e preoccupazione, altre volte sfiducia, rabbia, oppure determinazione, e appare chiaro quanto sia indispensabile una svolta radicale, più simile a un’inversione a U
Se veramente vuole trovare soluzioni alla crisi climatica, l’essere umano è chiamato a una saggezza più vasta e profonda. È necessario superare uno stile di vita e un modo di vedere la società e l’ambiente propri del modello capitalistico incentrato sul profitto e incurante degli effetti a lungo termine; occorre abbandonare l’onnipotente arroganza di essere i padroni del mondo. Ci è richiesto di fare nostra la consapevolezza della sofferenza a cui stiamo sottoponendo il nostro pianeta in modo folle e sfrenato, e di sviluppare una visione chiara e compassionevole di quale dovrebbe essere il nostro rapporto con la Terra e con tutte le specie che la abitano, facendo di tale visione la base di un impegno individuale condiviso da un numero sempre maggiore di persone. A tale proposito Daisaku Ikeda, maestro buddista e guida del movimento pacifista della Soka Gakkai, ha parlato della necessità di un nuovo umanesimo, un “umanesimo cosmico”, che vede l’essere umano non come il centro del mondo bensì come custode del pianeta e di tutte le forme viventi, presenti e future: «Natura, società umana e universo interiore sono tutti intimamente interconnessi e il cuore degli esseri umani è sempre l’asse principale per la trasformazione di tutti e tre» (Sgi Quarterly, luglio 2010).
Il cambiamento climatico spiegato in modo semplice In questo contesto può essere utile innanzitutto chiarire cosa si intende per cambiamenti climatici. L’ONU li definisce come «cambiamenti a lungo termine delle temperature e dei modelli meteorologici. Questi cambiamenti possono avvenire in maniera naturale, ad esempio tramite variazioni del ciclo solare. Tuttavia, a partire dal diciannovesimo secolo, le attività umane sono state il fattore principale all’origine dei cambiamenti climatici, imputabili essenzialmente alla combustione di combustibili fossili come il carbone, il petrolio e il gas» (unric.org/it/che-cosa-sono-i-cambiamenti-climatici/). Il problema è che le concentrazioni di gas a effetto serra sono ai livelli più elevati degli ultimi due milioni di anni. E le emissioni continuano ad aumentare. Le Nazioni Unite proseguono argomentando che «molte persone pensano che i cambiamenti climatici significhino essenzialmente temperature più elevate. Tuttavia, l’innalzamento della temperatura è solo l’inizio della storia. La Terra è un sistema in cui tutto è collegato e, pertanto, i cambiamenti in una zona possono influenzare i cambiamenti in tutte le altre. Attualmente fra le conseguenze dei cambiamenti climatici figurano siccità intense, scarsità d’acqua, incendi gravi, innalzamento dei livelli del mare, inondazioni, scioglimento dei ghiacci polari, tempeste catastrofiche e riduzione della biodiversità» (Ibidem).
L’(in)giustizia climatica: conseguenze che si propagano nello spazio e nel tempo Gli effetti del cambiamento climatico non si distribuiscono in modo uniforme. Per noi che viviamo in paesi relativamente agiati è molto importante comprendere che a pagarne il prezzo più alto sono soprattutto le persone e le comunità più povere e vulnerabili, l’ambiente naturale in sé e le tante specie irrimediabilmente estinte o che stanno scomparendo. Le conseguenze, inoltre, non riguardano solo chi vive oggi sul nostro pianeta: si propagano, oltre che nello spazio, anche nel tempo, pregiudicando il futuro delle prossime generazioni. In altre parole, a farne le spese è soprattutto chi non ha responsabilità. Per questo si parla di (in)giustizia climatica: un modo di guardare ai cambiamenti climatici attraverso la lente dei diritti umani. Per affrontare le numerose questioni che questo tema porta con sé, in un articolo pubblicato nel 2019 sulla rivista InDepthNews Daisaku Ikeda ha indicato un criterio di priorità su cui basare scelte e azioni, frutto della visione buddista secondo cui nessuno deve essere lasciato indietro: «Nell’elaborare risposte al cambiamento climatico dobbiamo tener conto dei bisogni e del sentire di coloro che stanno subendo gli effetti del riscaldamento globale in tutto il mondo e che sono vulnerabili anche alle diseguaglianze di genere e ad altre forme di discriminazione strutturale, invece di pensare semplicemente ai costi economici che sono assai più facili da quantificare» (BS, 198, 10).
Quale ruolo vogliamo avere Non tutto è perduto. Possiamo registrare diverse inversioni di tendenza, frutto della consapevolezza sempre maggiore e radicata di quanto il tema del cambiamento climatico sia urgente e drammatico. Una prima buona notizia è la crescita delle energie rinnovabili. Negli ultimi anni la capacità di produrre elettricità da sole e vento è aumentata più in fretta di qualsiasi altra fonte. In molti paesi le rinnovabili hanno superato il carbone nella produzione di elettricità, in un trend che costituisce la base per accelerare il distacco dai combustibili fossili. Una seconda buona notizia è che per rispondere alla crisi e all’ingiustizia climatica non si parla più solo di tecnologie, ma di equità e di etica. Sempre più governi e comunità locali discutono di “transizione giusta”, cioè di un passaggio dalle energie inquinanti a quelle pulite che non scarichi i costi sulle persone più fragili ma crei nuovi lavori dignitosi, sostenga i territori più esposti e distribuisca in modo equo rischi, sacrifici e benefici della transizione. Ma non siamo ancora dove dovremmo essere. Per chi pensa che il cambiamento climatico sia un’esagerazione o un tema per specialisti, il passo cruciale è guardare alle storie concrete di chi ha perso tutto, chiedersi chi sta pagando oggi e chi pagherà domani il prezzo delle nostre scelte, e decidere quale ruolo vuole avere: spettatore rassegnato o cittadino risvegliato e impegnato affinché le soluzioni già sul tavolo guidino le nostre scelte a livello individuale, delle comunità e della società nel suo complesso? Dal punto di vista del Buddismo, ciò che occorre è sviluppare la nostra saggezza intrinseca, in modo da porre fine all’ingiustizia climatica che stiamo perpetrando. Perché, nonostante le storture e i veleni che oscurano il nostro cuore e la società, rimane intatta in noi la capacità innata di seguire la via della giustizia, sulla cui base potremo piantare i semi di una nuova consapevolezza nel cuore delle persone. Potremo unirci così alle giovani generazioni, vere protagoniste dell’alleanza globale per la protezione del nostro pianeta, e contribuire a radicare nella società una vera giustizia climatica. (Mirko Lugli)
Roxani Roushas guida l’iniziativa Youth4Climate, un programma globale di supporto a giovani leader del clima, presso il Centro per il Clima e l’Energia di Roma dell’UNDP (United Nations Development Programme). Da sempre interessata a temi di diseguaglianza e diritti umani, ha iniziato a occuparsi di migrazione lavorativa presso l’International Labour Organization (ILO), poi ha lavorato in Etiopia alla delegazione UE presso l’Unione africana per seguire progetti sulla parità di genere, l’empowerment femminile e i giovani. Nel 2019 si è trasferita all’UNDP, inizialmente presso l’ufficio regionale negli Stati Arabi dove ha lavorato su tematiche di innovazione inclusiva e imprenditorialità, come l’imprenditoria digitale femminile, e poi per un anno in Somalia si è occupata di inclusione di persone con disabilità. Dal 2023 è alla guida dell’iniziativa Youth4Climate.
«Per me sono argomenti nuovi, ma molto vicini al mio cuore». Così Roxani Roushas racconta il suo impegno per le tematiche climatiche. «Partendo da un background di esperienze con inclusività di vario tipo, e soprattutto lavorando con giovani, ho visto il potere delle opportunità: quando una persona ha la possibilità di realizzare la parte migliore di sé può trasformare la sua vita e contribuire alla comunità».
Parliamo di giustizia climatica. Come possiamo contribuire a promuoverla? La crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo. Secondo le statistiche, circa il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di quasi il 50% delle emissioni di gas serra globali, mentre il 50% più povero contribuisce solo per circa il 10%. Eppure sono proprio le comunità più vulnerabili, più povere, i giovani, le donne e le popolazioni indigene che subiscono gli impatti più gravi. I bambini di oggi hanno 7 volte più probabilità di vivere eventi climatici estremi rispetto ai loro nonni. Si stima inoltre che il cambiamento climatico potrebbe spingere fino a 135 milioni di persone in stato di povertà entro il 2030. Secondo ulteriori dati le donne sono più colpite dal cambiamento climatico perché, in alcuni paesi, sono loro che si occupano principalmente di attività come agricoltura e raccolta dell’acqua. Giustizia climatica significa prima di tutto riconoscere questi fatti e fare in modo che nell’ambito decisionale della distribuzione delle risorse, comprese quelle finanziarie dove c’è una tremenda disparità, ci sia un equilibrio. Con Youth4Climate, anche grazie al supporto dei fondi 8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, cerchiamo di fare la nostra parte nel distribuire risorse dirette a giovani, particolarmente a giovani donne e a giovani di comunità indigene. In 3 anni, dal 2023 quando siamo partiti come iniziativa a lungo termine, abbiamo già finanziato 150 progetti in 59 paesi con un impiego di 4 milioni di dollari, ed esattamente il 50% di questi progetti sono guidati da giovani donne e molti da giovani di comunità indigene.
Come incoraggiare i giovani a reagire all’ansia climatica? L’ansia climatica è un sentimento legittimo che proviamo tutti. L’ultimo sondaggio annuale Peoples’ Climate Vote, realizzato da UNDP, ha riscontrato che le giovani generazioni sono le più preoccupate per gli impatti del cambiamento climatico. Un altro sentimento legittimo che provano è di non essere responsabili per quello che accade. I giovani hanno il diritto di avere risorse e conoscenze per poter far parte dell’azione climatica. Moltissimi sono già coinvolti perché hanno più competenze, più interesse, più consapevolezza del cambiamento climatico rispetto alle generazioni precedenti. Questo lo vediamo dalla partecipazione alle Call for Solutions, che facciamo con Youth4Climate, in cui invitiamo i giovani a proporre soluzioni alle sfide climatiche. L’anno scorso abbiamo ricevuto quasi 3000 proposte (ne abbiamo selezionato 50 da finanziare) e 7000 giovani si sono registrati nel sistema. Pur trattandosi di un sottoinsieme che ha accesso a internet, alle lingue e all’informazione, è un’indicazione importante. Quindi penso che sia necessario creare spazi sicuri, comunità sia in rete sia a livello nazionale dove queste idee possano trovare riconoscimento e supporto. Nella nostra piattaforma online, accessibile in 104 lingue e che raccoglie già 30.000 iscritti, oltre a presentare le soluzioni che finanziamo proponiamo corsi di formazione e altre opportunità per i giovani.
I giovani possono essere davvero protagonisti nella lotta all’emergenza climatica? Quali sono gli ostacoli più grandi che incontrano e come possono superarli senza perdere motivazione? Direi che sono già protagonisti o che vorrebbero esserlo. Il paradosso è che le persone sotto i 30 anni costituiscono il 50% della popolazione mondiale e ricevono meno dell’1% del finanziamento climatico. E anche in contesti dove ci sono opportunità di formazione, sia nell’imprenditorialità sia negli aspetti tecnici, poi non ci sono i fondi dedicati a sostenere questo tipo di progetti. Il primo passo è il più difficile, perché se una nuova impresa non ha mai ricevuto fondi è molto difficile che ottenga un investimento da un finanziatore. Con la Call for Solutions facciamo in modo che anche singoli individui possano inviare richieste di finanziamento di progetti, e vediamo che da questo primo atto di fiducia si aprono tantissime porte. Ci sono poi impedimenti specifici per le donne, come barriere legali che non permettono loro per esempio di aprire un conto bancario, oppure altri limiti (costi, tempistiche…) legati alle legislazioni dei singoli paesi.
Ci sono esempi in cui progetti climatici guidati da giovani hanno fatto la differenza, in particolare nel rafforzare la coesione sociale e ridurre le tensioni nelle comunità? Sì, le tematiche su cui sono più focalizzati, oltre cibo, agricoltura ed energia, sono: natura, educazione climatica, clima-pace-sicurezza, clima e salute, soluzioni digitali per il pianeta, consumo e produzione sostenibile e sostenibilità urbana. Emerge molto chiaramente la loro comprensione sistemica e, avendo una conoscenza approfondita del contesto, capiscono come una soluzione per l’agricoltura può anche essere una soluzione energetica e allo stesso tempo può avere ripercussioni sulla salute... Un esempio riguarda la mobilità sostenibile nella capitale della Liberia, dove il trasporto informale è una delle principali fonti di inquinamento urbano ed è anche percepito come insicuro soprattutto per le donne. Il progetto coinvolge un’impresa che ha introdotto tricicli elettrici per il trasporto urbano e ha formato con i nostri fondi 30 giovani donne come conducenti e tecniche di manutenzione, settori tradizionalmente accessibili solo agli uomini. Ebbene, i tricicli elettrici hanno ridotto fino al 95% le emissioni, la formazione ha prodotto lavoro dignitoso per queste donne giovani e sicurezza del trasporto locale. Un altro esempio riguarda un progetto in Afghanistan molto concentrato su questioni di genere. Un gruppo di giovani di Kabul, in gran parte giovani donne, ha progettato un intervento semplice ma trasformativo che sostiene 150 famiglie vulnerabili della città attraverso la creazione di orti domestici che migliorano l’accesso al cibo, riducono la dipendenza dai mercati e rafforzano la sicurezza alimentare in un contesto di instabilità climatica ed economica. Ma l’aspetto più innovativo è il ruolo di queste giovani attiviste formate che conducono sessioni porta a porta di educazione climatica in un ambito dove purtroppo le donne non hanno libertà. È un esempio di come fondi abbastanza piccoli possono avere un grande impatto quando sono implementati da persone che hanno una conoscenza approfondita del contesto locale.
Come unire in modo equo e rispettoso una visione ambientale globale alle specifiche e variegate realtà locali? Per quanto serva una risposta globale coordinata, l’implementazione funziona solo nel tradurre quell’impegno a livello nazionale e locale. Secondo i dati, i progetti che coinvolgono le comunità locali hanno tassi di successo più alti, perché le sfide non sono le stesse in ogni contesto e anche all’interno dei paesi ci sono necessità locali specifiche. C’è bisogno di ampliare il dialogo per costruire una visione più locale del futuro, che dia valore alle diversità, in cui anche le conoscenze ancestrali indigene facciano parte di queste soluzioni.
Un consiglio da dare ai giovani che leggeranno questa intervista. Il potere delle persone è la cosa più importante. Voi siete membri della Soka Gakkai, ciò significa aver scelto di far parte di una comunità che condivide un insieme di valori e questo fa sentire le persone meno sole. Abbiamo notato, infatti, che negli eventi di Youth4Climate giovani che non hanno mai lasciato in precedenza le loro comunità si sentono a casa, nonostante siano insieme a persone di tante nazionalità diverse, perché scoprono che ciò che li unisce sono i valori e le azioni comuni. Quindi penso che sia importante trovare dei modi per avvicinare giovani di ambiti differenti così che possano imparare tanto gli uni dagli altri. (a cura della redazione di Buddismo e Società e della Fondazione Be the Hope)
Youth4Climate
Un progetto finanziato dai fondi dell’8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
Nel 2021 il governo italiano ha ospitato a Milano l’iniziativa Youth4Climate Summit, come parte del PreCOP26, offrendo per la prima volta a giovani di oltre 180 paesi l’opportunità di presentare idee e proposte su alcune questioni urgenti dell’agenda climatica. Da questo incontro è emerso il Manifesto Youth4Climate, un piano per l’azione climatica con i seguenti obiettivi: accrescere l’ambizione, promuovere una ripresa sostenibile, coinvolgere attori non statali e sviluppare una società consapevole del clima. Il governo italiano ha poi avviato una partnership con l’UNDP (United Nations Development Programme) per sviluppare l’iniziativa Youth4Climate. Dal 2023, anche grazie al supporto dei fondi 8×1000 della Soka Gakkai italiana, il programma promuove annualmente una “Call for Solutions”, una sfida di innovazione rivolta ai giovani tra i 18 e i 29 anni di 150 Paesi, invitati a a presentare soluzioni da candidare a un finanziamento fino a 30.000 dollari per progetti riguardanti diverse aree tematiche, come l’educazione sul clima, l’energia, l’alimentazione, l’agricoltura e la sostenibilità urbana. Attraverso le edizioni 2023 e 2024 della Call for Solutions sono stati finanziati 100 progetti — di cui 20 sostenuti dalla Soka Gakkai italiana — per un investimento complessivo di 2,5 milioni di dollari. L’ultima Call for Solutions 2025 ha registrato un numero record di 2.618 candidature. Attualmente sono attive 150 iniziative in 59 paesi, di cui il 50% in Africa e il 50% guidato da giovani donne. La Soka Gakkai italiana sosterrà 10 delle ultime 50 soluzioni selezionate. Alla COP30 è stato inoltre presentato il film documentario Generation Trust - A Global Climate Story in the Making, anche questo finanziato dai fondi 8x1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che racconta alcuni progetti vincitori del programma Youth4Climate Sparking Solutions.
Sappiamo in che modo stiamo contribuendo alla crisi ambientale? A seguire alcuni esempi per ridurre il nostro impatto Cibo, vestiti, trasporti, rifiuti, riscaldamento domestico, fino all’intelligenza artificiale: tante scelte della vita quotidiana, di cui forse non siamo coscienti, contribuiscono all’emergenza ambientale. Informarci da fonti diverse può aiutarci a riflettere e a orientarci nella complessità dell’attuale crisi. Ci accorgiamo infatti, sempre di più, che non c’è una bacchetta magica o una soluzione migliore di tutte; le scienze ambientali sono un insieme di discipline giovani, sperimentali, che interagiscono tra loro coinvolgendo i campi più svariati e che devono trovare soluzioni adatte agli ambienti più diversi del nostro pianeta. Qualche suggerimento in base al quale fare le proprie scelte: conoscenza del luogo in cui si vive, consapevolezza di sé, del proprio stile di vita, della propria salute. In breve: elasticità, adattamento, e soprattutto consumare meno e meglio.
IL PREZZO DI UNA RIVOLUZIONE
Intelligenza artificiale Dalla medicina alla ricerca scientifica, dalla lotta al cambiamento climatico all’istruzione, l’intelligenza artificiale sta trasformando molti ambiti della società. Ma questa rivoluzione ha un costo ambientale crescente. Come ha sottolineato Golestan Radwan dell’UNEP (il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), dobbiamo «assicurarci che l’effetto netto dell’AI sul pianeta sia positivo prima di implementarla su larga scala». E l’impatto sull’ambiente e sulla società dipende dalle scelte che facciamo oggi. Contrariamente alla metafora del cloud (nuvola), che dipinge il mondo digitale come leggero e intangibile, l’infrastruttura che supporta l’intelligenza artificiale è estremamente materiale. Nel 2022 i centri di elaborazione dati hanno consumato a livello globale 460 terawattora di elettricità; entro il 2026 potrebbero raggiungere i 1.050 terawattora, ovvero più di quanto consuma il Giappone per fabbisogno elettrico. Si stima che una singola domanda a un programma di intelligenza artificiale possa richiedere fino a dieci volte più elettricità di una ricerca web tradizionale. C’è poi l’acqua: entro il 2027 la domanda globale legata all’AI potrebbe raggiungere tra i 4,2 e i 6,6 miliardi di metri cubi, superando il consumo annuale del Regno Unito. Si aggiungono poi i rifiuti elettronici e l’estrazione di minerali critici con processi spesso distruttivi per l’ambiente. Senza dimenticare che le soluzioni generate dall’AI possono essere influenzate da distorsioni dovute a dati incompleti, inesatti o non rappresentativi, ma anche a scelte di progettazione. Con il rischio di rafforzare disuguaglianze e squilibri preesistenti. Ma l’intelligenza artificiale può anche essere alleata. L’UNEP stesso la utilizza per rilevare emissioni di metano anomale, inviando allerte ai governi. È uno strumento per ridurre gli sprechi nelle reti energetiche. Nell’agricoltura di precisione permette di applicare trattamenti solo dove necessario, riducendo l’uso di acqua e prodotti chimici. Consente di accelerare la scoperta di nuovi materiali e tecnologie per l’ambiente, riducendo i tempi di ricerca da anni a mesi. Per fare alcuni esempi. Il punto è che per contrastare – e non accelerare – il degrado ambientale, occorrono politiche adeguate. L’Europa si è mossa: il regolamento AI Act mira a garantirne un uso etico e sicuro, mentre in Italia la Legge 132/2025 ha elevato la sostenibilità a valore fondamentale nelle politiche legate all’AI. A livello globale, nel febbraio 2025 è nata la Coalition for Environmentally Sustainable AI, con oltre cento partner internazionali. Ci troviamo a un crocevia. L’intelligenza artificiale ha il potenziale per decifrare la complessità del sistema climatico e ottimizzare l’uso delle risorse. Ma senza una trasformazione consapevole della sua infrastruttura rischia di alimentare la crisi che aspira a risolvere. Il progresso deve accompagnarsi a una nuova consapevolezza della nostra responsabilità verso il pianeta e le generazioni future. La tecnologia, da sola, non basta: serve una trasformazione nel modo in cui la concepiamo e utilizziamo. Con le parole di Daisaku Ikeda: «L’avidità umana ha prodotto un immenso e sofisticato sistema di tecnologia che ha avuto devastanti costi in termini di inquinamento ambientale e depauperamento delle risorse naturali del pianeta. […] Le fondamenta su cui le persone sceglieranno di agire determineranno il successo o il fallimento della civiltà nel futuro. [...] Dobbiamo decidere se diventare umani, nel senso più nobile del termine» (cfr. Un nuovo umanesimo, Esperia, pp. 143-144). (Carlo Abrate)
NON ESISTE IN NATURA LA PERDITA DI VALORE
Moda
Foto di Snejana Shandarinova, modella Korlan Madi
L’impatto della produzione e dei rifiuti tessili sull’ambiente è aumentato in modo esponenziale. Nel 2020 è stato la terza fonte di degrado delle risorse idriche e dell’uso del suolo. Inoltre gli acquisti di prodotti tessili nuovi (fast fashion) nell’UE hanno generato circa 270 chili di emissioni di CO2 per persona, e solo l1% degli abiti usati vengono riciclati in capi nuovi (fonte: European Parliament). Ma è possibile creare come fa la natura, realizzando capi che abbiano una possibile rigenerazione a fine vita: la testimonianza e i consigli di Tiziano Guardini, stilista
Quando mi chiedono «chi sei?», di definirmi, la mia risposta è: sono un essere vivente che vive con gli altri esseri viventi su questo pianeta, noi siamo essenzialmente Vita. Spesso però nella quotidianità ce lo dimentichiamo, pensiamo di avere questo mondo a disposizione per rispondere alle nostre esigenze, in maniera estremamente ego riferita. Possiamo parlare di moda, ma anche di ogni aspetto del nostro agire: si tratta di fare ognuno e ognuna la propria parte nel suo ambito. Si tratta di dare valore alla vita, di celebrarla e quindi di celebrarci nella nostra essenza. Nell’immaginario collettivo esiste ancora la dicotomia uomo-natura, quando in realtà noi stessi siamo natura e dobbiamo ricordarci di agire, disegnare e produrre – nel caso della moda soprattutto – come farebbe “lei”, rispettandone e capendone le regole, la capacità di mantenere l’armonia, gli equilibri, i segreti più sottili. Quindi direi che essenzialmente il mio lavoro è guardare come agisce la natura, esserne un attento osservatore. È qualcosa per cui ho sempre avuto una spiccata sensibilità: posso dire di essere stato fortunato, perché sento che è parte della mia missione in questa vita. Ho iniziato la carriera da stilista nel 2011 creando abiti-scultura fatti, ad esempio, con le cortecce degli alberi o con gli aghi di pino, capi in cui non ci fosse solo la mia mano ma anche quella della foresta, ricucendo, se così posso dire, quel legame. La natura ci insegna il valore del tempo, della costruzione della vita, mentre noi ormai siamo abituati a comprare e a buttare, senza vedere il lavoro, l’amore, il sacrificio di altre vite che c’è dietro un oggetto. Faccio questa premessa: nel 2007, quando ho iniziato l’Accademia a Roma, già sapevo come veniva fatta la seta; il baco crea un bozzolo, che poi rompe per diventare farfalla. Mi è sempre stato detto che, per evitare che in tale processo si distrugga il filo continuo del bozzolo, lo si fa bollire con dentro ancora il baco, che così muore. Io trovavo assurdo che per fare ad esempio una camicia dovessi uccidere altre vite. Cosi dopo cinque anni di ricerca ho trovato la cultura della Ahimsa, che in sanscrito significa “senza violenza”, arrivata anche nell’industria tessile: si produce una “seta nonviolenta” in cui si raccoglie il bozzolo dopo che è stato abbandonato dalla farfalla. All’epoca pensavo semplicemente: «Non uccido una vita e rispetto l’evoluzione»; con il passare degli anni ho percepito come grazie a questa possibilità creo anche un dialogo evoluto tra specie diverse, perché prendo qualcosa che a quell’essere vivente non serve più senza danneggiarlo. Un altro segreto della natura è la circolarità, ovvero il mantenimento di ogni cosa nella catena del valore. Siamo noi esseri umani che abbiamo introdotto il tema dello scarto, ma in natura non esiste la perdita di valore, tutto si trasforma per diventare nutrimento e vita per qualcos’altro. Tempo fa riflettendo su questo tema ho creato alcuni quadri con tessuti d’archivio e di fine produzione, che poi sono stati trasformati in cappotti o in kimono e ora vengono venduti con un certificato di autenticità. Si apre così una nuova strada: come accade con le opere d’arte, che non subiscono perdita di valore, così anche nella moda un capo può continuare a vivere più di una stagione. Ultimamente siamo abituati all’acquisto compulsivo, meno curato, siamo poco attenti a cosa mettiamo sulla pelle. Il mio progetto vuole dare alle persone la possibilità di scegliere di indossare capi che sappiano di rispetto della vita, che permettano una riconnessione con la natura. Ritengo che fare scelte sostenibili e accessibili economicamente sia possibile. Ecco alcuni miei consigli: 1. Conoscere il brand, fare una ricerca sul marchio, sia in base alla propria fisicità e al proprio gusto, sia per le politiche che attua, anche rispetto alle modalità di lavoro. Sostenere un brand significa chiedersi quale società vogliamo alimentare. Inoltre i capi di abbigliamento sono qualcosa che facciamo entrare nel nostro armadio, che mettiamo sulla pelle: studi recenti dimostrano la tossicità di alcuni capi di determinati brand. 2. Considerare il vintage, ossia mantenere nella catena del valore qualcosa che altrimenti non avrebbe quel tipo di mercato, e risparmiare, comprando capi di qualità a prezzi accessibili. 3. Imparare a leggere le etichette, evitando di comprare le mischie tra materiale organico e sintetico, o capi che abbiano all’interno dell’elastomero (cotone ed elastan), in quanto sono più difficili da riciclare a fine vita. 4. Evitare di scegliere compulsivamente. Mi viene in mente un articolo stupendo, di Orsola De Castro, nel quale si suggeriva di chiedersi, al momento dell’acquisto: questo capo lo considero l’amore della mia vita o l’amante di una sera? È il nostro approccio a fare la differenza. Scegliere consapevolmente ci fa consumare meno, risparmiare di più e portare amore con quello che facciamo entrare nei nostri armadi. (Tiziano Guardini)
Le domande da farci prima dell’acquisto
Ne ho davvero bisogno?
Conosco questo brand? Che politiche utilizza?
Ho letto l’etichetta? Di che materiale è fatto questo capo?
Percepisco l’amore delle persone che lo hanno realizzato?
Decido di prendermene cura? Di lavarlo nel modo corretto e di ripararlo?
SCELTE POSSIBILI PER PASTI SOSTENIBILI
Cibo
Il cibo sostiene la vita e, come sappiamo, le nostre scelte alimentari ci permettono di avere energia sufficiente per svolgere le attività della giornata e nutrienti per un sano sviluppo del nostro organismo. Il documentario Super Size Me, per esempio, ci ricorda come nutrirsi di “alimenti spazzatura” può avere un esito negativo a livello sia fisico sia mentale. Tuttavia, questo non dovrebbe essere l’unico aspetto da considerare quando facciamo la spesa. Non entrando nel merito delle posizioni individuali, esiste infatti anche l’impatto ambientale, ossia il costo, in termini di risorse utilizzate e inquinamento prodotto, che ogni alimento ha per l’ambiente. Per calcolarlo serve considerare l’intero processo produttivo a partire dall’uso del suolo, come nel caso delle deforestazioni; le emissioni di gas serra; il consumo di acqua; l’effetto dei fertilizzanti; il trasporto e gli imballaggi utilizzati. Ma come possiamo orientarci verso scelte più consapevoli senza spazientirci ancor prima di provare? La buona notizia è che un cibo sostenibile è anche più sano, quindi il beneficio è doppio. Ancora una volta, come appare evidente, noi e l’ambiente siamo strettamente connessi. In realtà possiamo seguire poche semplici linee guida attuabili facilmente.
Ridurre il consumo di carne, principalmente rossa, e in ogni caso cercare di non acquistare la carne di allevamenti intensivi le cui pratiche, particolarmente crudeli nei confronti degli animali, sono state ampiamente documentate. L’impatto ambientale della carne industriale contribuisce infatti in maniera determinante alle emissioni di gas serra, a un consumo eccessivo di acqua, alla distruzione degli habitat naturali, alla perdita di biodiversità, tutti aspetti che hanno un impatto nocivo sulla salute. È quindi preferibile favorire alimenti di origine vegetale.
Rispettare la stagionalità dei cibi e di conseguenza prediligere i prodotti cosiddetti a km 0, riducendo le emissioni relative ai trasporti e il ricorso alle monoculture.
Leggere le etichette, che sono il vero strumento per tutelarci, e sbizzarrirci alla ricerca di rivenditori locali biologici per ridurre l’inquinamento delle acque e del suolo, facendo attenzione al packaging utilizzato, cercando anche gruppi di acquisto solidale. Esistono inoltre diversi blog, riviste e documentari che ci permettono di essere sempre informati.
Limitare gli sprechi alimentari. In Italia ogni anno vengono buttati 1,7 milioni di tonnellate di cibo, l’equivalente di 3,4 miliardi di pasti da 500 grammi che potrebbero sfamare oltre 3 milioni di persone in povertà (fonte: Waste Watcher International riportati da Il Sole 24 ORE).
Attraverso le nostre scelte abbiamo il potere di pretendere la tutela della nostra salute e dell’ambiente. Scrive Daisaku Ikeda: «Il senso di responsabilità verso il mondo e il futuro non è un sentimento che si può sviluppare dalla sera alla mattina, in totale distacco dalla realtà della vita quotidiana. Se non riusciamo a svilupparlo all’interno delle nostre relazioni più strette e dell’ambiente a noi circostante, non possiamo sperare di farlo in relazione all’intero pianeta o al futuro lontano» (BS 154). (Valeria Rotili)
MA NON È TUTTO...
Sappiamo che l’impatto della nostra personale impronta ecologica non si esaurisce in quanto detto in queste poche pagine. Le implicazioni e gli approfondimenti sono molteplici, riguardano importanti scelte e svariati ambiti, come ad esempio i trasporti. Sapevi che gli aerei sono il mezzo di trasporto più inquinante? Volare produce 285 grammi di CO2 a passeggero per ogni chilometro percorso (Fonte Il Sole 24 ORE). Per questo motivo tanti giovani scelgono di viaggiare, quando è possibile, con mezzi alternativi. Molti altri ancora sono gli ambiti su cui informarci per limitare il nostro impatto. A questo link puoi trovare una serie di contenuti da guardare, leggere, ascoltare per continuare ad approfondire.
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