Uno shakubuku… deflagrante

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Durante l’estate del 2019 parlai per la prima volta al telefono con una collega, Laura. Avremmo dovuto scrivere assieme un articolo, ma la chiamata prese una piega diversa: mi raccontò di alcune difficoltà che la facevano soffrire. Il fatto che non ci conoscessimo e che ci fossimo sentite per lavoro, all’inizio mi condizionarono. Ma quando mi disse: «Non so neanche perché stia raccontando a te tutto ciò», decisi di superare le mie perplessità e le parlai della pratica. Recitai Daimoku per lei, ma non la sentii più per i successivi tre mesi. Un giorno mi chiamò ed esordì dicendo: «Ho iniziato a praticare e sto decisamente meglio!». Finalmente ci incontrammo e le diedi i contatti di un gruppo nel suo quartiere, a Roma nord. Mi misi l’obiettivo che avrebbe ricevuto il Gohonzon, ma la pandemia aveva stravolto tutto e non c’erano consegne in calendario. Laura, nel frattempo, era tornata a vivere in Umbria, a Ficulle (Terni). A luglio, d’improvviso, mi avvertì che l’indomani, d’accordo con la sua responsabile, si sarebbe recata al kaikan di Roma per riceverlo. A ottobre, poi, è arrivata un’altra notizia inaspettata: aveva fatto shakubuku a 10 persone che a loro volta avevano parlato del Buddismo ad altri amici. Oggi, in un borgo di circa 1600 abitanti sono una quindicina quelli che praticano. Il 25 ottobre su sua richiesta ho organizzato il primo incontro del neonato nucleo di Ficulle coinvolgendo le responsabili dell’Umbria. Si sono connessi in otto: 7 donne e un uomo. Tutti suoi shakubuku! (Maria Cristina Fraddosio)

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