Aveva due anni quando fu fondato il Club di Roma, e lesse il rapporto I limiti dello sviluppo all’università. «Nella California negli anni ’70, dove sono cresciuta – racconta Sandrine Dixson-Declève – per noi fin da bambini la condizione dei migranti sudamericani nelle fattorie e il cambiamento climatico erano fatti molto evidenti. Stavamo attraversando la prima crisi petrolifera e una delle più grandi siccità mai avute in California. Ho quindi sentito in età molto giovane la necessità di lavorare nell'ambito delle sfide sociali e ambientali, anche se non sapevo che sarebbe diventato l'obiettivo principale della mia vita. Poi la lettura di quel famoso rapporto ha fatto il resto». In questa intervista ci parla di Earth4All (Earth For All, Una Terra per tutti), il recente rapporto del Club di Roma lanciato a cinquant’anni dal primo, dove vengono evidenziati cinque cambiamenti di rotta, prima di tutto sociali e poi ambientali, essenziali per realizzare quel “salto da gigante” ineludibile per un futuro di prosperità del nostro pianeta.
Cos'è e come nasce Earth4All?
Earth4All (Una Terra per tutti) è un rapporto presentato dal Club di Roma nel 2022, in occasione del cinquantesimo anniversario del precedente I limiti dello sviluppo. Mezzo secolo dopo abbiamo ritenuto importante riflettere su dove siamo oggi. Il progetto omonimo è nato per rispondere alle diverse sfide che abbiamo di fronte nel XXI secolo, adottando lo stesso approccio modellistico basato sulla dinamica dei sistemi utilizzato nel 1972.
L'accoglienza a Earth4All è andata oltre le nostre più rosee aspettative. Il libro è stato tradotto in dieci lingue e in Germania è entrato subito nella lista dei bestseller.
Può illustrarci i punti principali del progetto e le sue relazioni con altri modelli recenti come l’economia della ciambella?
Esistono diversi tipi di modelli che permettono di realizzare un’economia del benessere. L’obiettivo chiave di Earth4All è muoverci verso un’economia al servizio di persone, pianeta e prosperità contemporaneamente.
Attraverso i nostri dati mostriamo che bisogna realizzare almeno cinque cambiamenti chiave per restare dentro “i confini planetari”1 ed evitare di arrivare a punti di non ritorno a livello sociale e ambientale. Siamo giunti a questa conclusione tramite due tipi di indici tra loro correlati: l’indice di benessere medio, che fornisce un’indicazione della qualità della vita delle persone nel tempo e che va oltre il PIL, ancora erroneamente utilizzato per misurare il livello di crescita, e l’indice di tensione sociale, che indica la governabilità di una determinata regione e aumenta quando c’è un declino del benessere, della fiducia o dell’uguaglianza all’interno della società. Ed è chiaro che la tensione sociale è in crescita, perché la disuguaglianza e la povertà stanno aumentando. Gli effetti combinati della crisi climatica e dei cambiamenti ambientali stanno esacerbando la vulnerabilità delle persone, in particolare di quelle più povere, perché sono le più colpite dagli effetti climatici.
Riassumendo, in Earth4All parliamo di due scenari alternativi per il futuro. Uno è definito “Too Little, Too Late” (troppo poco, troppo tardi), che è quello verso cui ci stiamo muovendo oggi, nel quale la maggior parte dei paesi fa piccoli progressi frammentari verso la sostenibilità, ignorando però il problema fondamentale della diseguaglianza. Procedendo in questa direzione stiamo causando una “discesa agli inferi” del nostro pianeta e della maggior parte della popolazione mondiale.
C’è poi lo scenario del “salto da gigante”, che è come un grande reset prima che il nostro sistema smetta di funzionare. Per passare a questo scenario abbiamo bisogno di cinque “cambiamenti di rotta”:
• porre fine alla povertà;
• affrontare le crescenti disuguaglianze;
• sostenere l’emancipazione femminile;
• rendere il sistema alimentare sano sia per le persone sia per gli ecosistemi;
• passare all’energia pulita.
Abbiamo verificato che applicare i cinque cambiamenti di rotta per realizzare lo scenario del “salto da gigante” costerebbe solo dal 2 al 4% del PIL annuale. Potremmo così raggiungere anche una riduzione delle emissioni dei gas serra e un miglioramento della qualità della vita delle persone.
Concludendo, quello che la nostra ricerca ha mostrato – e si tratta di un aspetto fondamentale anche nell’economia della ciambella – è che non riusciremo a rimanere all’interno dei confini planetari se non affronteremo urgentemente la povertà e la diseguaglianza sociale.
La lentezza della transizione ecologica alla quale assistiamo è dovuta solo alla mancanza di volontà politica o anche di conoscenze scientifiche? Come vede il ruolo della tecnologia nell’affrontare le sfide climatiche ed economiche descritte nel modello Earth4all?
Noi crediamo che siano necessari tutti i tipi di conoscenza, da quella guidata dalla comunità alla conoscenza indigena, alla scienza e alla conoscenza basata sulla fede.
Se vogliamo veramente passare dallo scenario “troppo poco, troppo tardi” a quello del “salto da gigante”, dobbiamo considerare che i processi decisionali basati sull’evidenza sono essenziali. Questi processi implicano il ruolo fondamentale della scienza nell’elaborare le politiche e le raccomandazioni economiche per il cambiamento. Vediamo, per esempio, l’importanza del legame tra le scienze sociali e le scienze esatte. Quindi, se vogliamo veramente raggiungere i nostri obiettivi di Earth4All, dobbiamo ancorare sia la scienza sia la conoscenza a tutto ciò che facciamo.
È importante poi pensare a procedimenti che consentano alla scienza di essere veramente orientata allo scopo. Parte del mio impegno, fino a poco tempo fa, è stato lavorare come presidente della Commissione europea sull’impatto economico e sociale della ricerca e innovazione (ESIR) al fine di garantire che tutta la ricerca che facciamo sia veramente indirizzata ad affrontare le sfide che abbiamo di fronte.
La tecnologia e l’intelligenza artificiale hanno un ruolo molto importante. Ma, ancora una volta, non possiamo pensare che risolveranno tutti i nostri problemi o che siano una panacea. La tecnologia fa parte del pacchetto di soluzioni che proponiamo, ma abbiamo bisogno di nuovi sistemi di governance, in cui il ruolo dello Stato sia potenziato per servire veramente le persone, il pianeta e la prosperità.
Durante il Covid, per esempio, i Paesi si sono concentrati sulla protezione della maggioranza della popolazione. È il tipo di approccio di cui necessitiamo ora, tornare a governare per il bene dei cittadini. E abbiamo bisogno di strumenti economici adeguati per promuovere l'adozione di tecnologie per le rinnovabili e l'efficienza energetica, o nel settore alimentare per adottare tecnologie satellitari che consentano agli agricoltori di rilevare i problemi del suolo, il cambiamento climatico, ecc. Quindi sì, la tecnologia ha un ruolo molto importante, a patto che sia guidata da uno scopo e che si sviluppi insieme a una buona governance.
L'ossessione per le nuove tecnologie è un problema. Il costante sguardo al futuro e la volontà di avere tecnologie avveniristiche che ci accompagneranno tra dieci o vent'anni non sono la cosa principale a cui pensare. Dobbiamo concentrarci sull'applicazione delle tecnologie esistenti e sull'abbandono dell'energia fossile, e poi pensare anche a quelle future.
L’ultimo punto chiave è la volontà politica. Sappiamo che le industrie dei combustibili fossili e quelle dell'agricoltura, molto potenti, non vogliono il cambiamento. Ma è qui che si trova la maggior parte del potere e del denaro. In Europa le rivolte degli agricoltori sono state spinte anche dagli interessi dell'agricoltura industriale e negli Stati Uniti i produttori di combustibili fossili stanno facendo marcia indietro rispetto alla produzione di energie rinnovabili. Queste potenti forze economiche influenzano i nostri governi e indeboliscono il loro impegno sul cambiamento climatico.
Negli anni scorsi, per la prima volta nella sua storia, il Club di Roma è stato guidato da due donne, lei e la sudafricana Mamphela Ramphele. Che significato ha avuto questo rispetto al pensiero e alle azioni sul pianeta?
Siamo state elette nel 2018 in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita del Club di Roma, che abbiamo celebrato proprio nella capitale italiana. È stato un momento molto emozionante perché per la prima volta nella storia del Club ci sono state due copresidenti donne. E si è trattato anche di una copresidenza intergenerazionale, perché Mamphela ha 20 anni più di me. Questo dialogo intergenerazionale è stato fondamentale per il nostro modo di guardare il mondo. Inoltre rappresentavamo due continenti. Si è quindi verificato un vero e proprio rinnovamento nella composizione del Club di Roma, passato dall’essere un organismo dominato da uomini dell'Europa occidentale a un gruppo guidato da donne, intergenerazionale e intercontinentale. Questo ha fatto una grande differenza. Ci siamo anche impegnate, da quando siamo diventate copresidenti, ad aumentare il numero di donne all’interno della nostra organizzazione, fino ad allora con una composizione in maggioranza maschile, a ridurre l'età, che era prevalentemente sopra i 60 anni, e a diversificare le culture, con rappresentanze da tutto il mondo. Grazie a questa molteplicità di vedute abbiamo affrontato varie questioni globali, ma anche questioni riguardanti i singoli continenti, lavorando con le nostre sedi di tutto il mondo.
Uno dei timori di Aurelio Peccei era che il Club di Roma diventasse un gruppo di vecchi signori, e forse per un periodo è stato così. Qual è oggi la percentuale di giovani attivi nel Club di Roma e che ruolo hanno?
Credo che tutto dipenda da come si definisce la gioventù. Ora l'età media dei membri si sta abbassando, molti hanno tra i 40 e i 50 anni. C'è bisogno di una rappresentanza di tutte le età, dai giovani ad alcuni dei nostri membri originari. Abbiamo un socio novantenne che è stato uno dei primi a lavorare con Peccei.
Ma è molto importante che il nostro lavoro sia portato avanti pensando ai giovani. Per questo abbiamo creato uno dei nostri hub chiave, che si chiama “50 Percent”, dove lavoriamo insieme su una serie di argomenti, ma i giovani svolgono anche un lavoro autonomo. Si preparano workshop su vari temi, si pensa a ciò che serve alle nuove generazioni per diventare i leader del futuro e si creano opportunità per discutere sulla complessità delle sfide attuali con scienziati, imprenditori, attivisti e politici. Siamo molto orgogliosi del lavoro che i giovani stanno svolgendo sia per attivare nei coetanei una maggiore resilienza nell’affrontare le sfide di oggi, sia per comprendere quali tipi di leadership sono necessari per servire le persone, il pianeta e la prosperità.
Quale funzione possono svolgere le organizzazioni basate sulla fede come la Soka Gakkai rispetto al futuro del pianeta?
È assolutamente fondamentale e parte integrante del nostro pensiero che il Club di Roma e le comunità dei cittadini agiscano in modo orientato ai valori, rispettando quelli fondamentali che attraversano tutte le religioni e tutte le culture. Abbiamo lavorato con la Soka Gakkai, ovviamente, e anche con il Papa. Per noi tutte le organizzazioni basate sulla fede e i diversi orientamenti spirituali sono fondamentali per passare a un'economia del benessere.
Penso che in tutti ci sia il desiderio di assicurare il miglioramento dell'umanità, e questo è davvero il ruolo che il Club di Roma vuole svolgere nelle sue discussioni con i gruppi basati sulla fede, come la Soka Gakkai, perché insieme possiamo esplorare i valori che ci accomunano. Possiamo anche cercare di trasmettere l’importanza di questi valori sia ai livelli più alti della politica, sia nelle comunità. Occorre lavorare per creare un movimento che sostenga i valori di Earth4all, al fine di migliorare la vita e il sostentamento delle persone all'interno dei “confini planetari”. Per ricordarci che siamo parte di un ecosistema più grande, in cui il rispetto per tutte le specie e per la natura è un elemento essenziale per diventare nuovamente umani.
(Maria Lucia De Luca e Mirko Lugli, con la collaborazione di Daniele Santi)
