«Quando pensate al futuro come immaginate che sarà?», «Come sarà la natura?», «Cosa resterà con voi e cosa dimenticherete?».
Microfono acceso, primo piano su Johnny, espressione malinconica ma brillante, non ci guarda negli occhi in camera, eppure le sue domande ci risuonano dentro.
Johnny, interpretato da un sensibilissimo Joaquin Phoenix, è un giornalista radiofonico che, insieme ai suoi colleghi gentili, viaggia lungo gli Stati Uniti per chiedere a ragazzi e ragazze di età diverse cosa pensano della vita e del futuro. Fino a che una chiamata con sua sorella Viv, troppo a lungo procrastinata, gli permetterà di sostenerla in un momento di difficoltà, assicurandole che si sarebbe preso cura lui del nipote, mentre lei era fuori città per assistere il padre di suo figlio affetto da problemi di salute mentale.
Conosciamo così anche Jesse, un bambino di nove anni formidabile e un po’ “strano”, come la madre stessa lo definisce, ritrovandoci a riflettere con loro su «cosa è normale?».
Jesse parla come un adulto, è tenero e curioso, sa tante, troppe cose e pone infinite domande, proprio come Johnny, che lo fa di professione. Domandare diventa una costante, ma forse vorrebbero solo avere anche loro la possibilità di restituire delle risposte, di essere ascoltati. Porre domande rappresenta il loro modo di prendersi uno spazio, di esserci. Di esistere nonostante la solitudine, il vuoto, l’abbandono, la paura di dimenticare. Comunicare troppo, «un sacco di bla bla bla» come ironizza Jesse, diventa così l’antidoto alla paura. Assistiamo a linguaggi segreti, linguaggi musicali, linguaggi in movimento, linguaggi silenziosi, che permettono ai nostri protagonisti di mantenere in vita la cosa per loro più preziosa: i legami umani, che più di ogni altra cosa temono di smarrire.
Ed è proprio creando il linguaggio unico della loro relazione che riusciranno insieme a costruire uno spazio inaspettato e privilegiato tra zio e nipote. Un luogo ovattato, lontano dal frastuono della realtà eppure così vero, in cui non esiste adulto e bambino, traumi e sovrastrutture incatenanti, ma la cura dell’ascolto reciproco che li accarezza.
La sceneggiatura è da assaporare, con dialoghi da assorbire pian piano, lasciandoci accompagnare da un sonoro che rende le immagini percettive, confermando l’importanza del sentire. Il grande microfono, nelle curiose mani di Jesse e in quelle esperte di Johnny, ne diventa un simbolo.
Il regista ci aiuta scegliendo il bianco e nero, permettendoci così di acuire i sensi e di conferire alla storia un significato universale, regalandoci un’idea di modernità dimenticata, come fosse un racconto documentato che stiamo guardando da quel futuro tanto immaginato.
Un film che ci rassicura sulle aspettative di quella domanda iniziale: «Quando immaginate il futuro come pensate che sarà?», esortandoci a coltivare il presente, la vita di chi ci circonda, le bellezze e le bruttezze; senza perdere gli sguardi, i gesti, i rumori, i silenzi e i vuoti per non dimenticare, per non dimenticarsi. Per questo Johnny dirà a Jesse: «Sarò io ad aiutarti a non dimenticare», racchiudendo in questa frase la complessità e la necessità umana di vivere in relazione con l’altro. (Rossella Maci)
BS 268 / 1 settembre 2026
Per non dimenticare
C’mon C’mon, film diretto da Mike Mills, 2021
