BS 265 / 1 marzo 2026

Ingiustizia climatica

È esperienza comune, quando si approfondiscono i temi della tutela ambientale, del clima, dell’ecologia o della biodiversità, sperimentare un senso di urgenza per gli scenari a cui stiamo andando incontro o che già ci troviamo di fronte. A questa urgenza si mescola un groviglio di emozioni: talvolta ansia e preoccupazione, altre volte sfiducia, rabbia, oppure determinazione, e appare chiaro quanto sia indispensabile una svolta radicale, più simile a un’inversione a U

Se veramente vuole trovare soluzioni alla crisi climatica, l’essere umano è chiamato a una saggezza più vasta e profonda. È necessario superare uno stile di vita e un modo di vedere la società e l’ambiente propri del modello capitalistico incentrato sul profitto e incurante degli effetti a lungo termine; occorre abbandonare l’onnipotente arroganza di essere i padroni del mondo. Ci è richiesto di fare nostra la consapevolezza della sofferenza a cui stiamo sottoponendo il nostro pianeta in modo folle e sfrenato, e di sviluppare una visione chiara e compassionevole di quale dovrebbe essere il nostro rapporto con la Terra e con tutte le specie che la abitano, facendo di tale visione la base di un impegno individuale condiviso da un numero sempre maggiore di persone.
A tale proposito Daisaku Ikeda, maestro buddista e guida del movimento pacifista della Soka Gakkai, ha parlato della necessità di un nuovo umanesimo, un “umanesimo cosmico”, che vede l’essere umano non come il centro del mondo bensì come custode del pianeta e di tutte le forme viventi, presenti e future: «Natura, società umana e universo interiore sono tutti intimamente interconnessi e il cuore degli esseri umani è sempre l’asse principale per la trasformazione di tutti e tre» (Sgi Quarterly, luglio 2010).

Il cambiamento climatico spiegato in modo semplice
In questo contesto può essere utile innanzitutto chiarire cosa si intende per cambiamenti climatici. L’ONU li definisce come «cambiamenti a lungo termine delle temperature e dei modelli meteorologici. Questi cambiamenti possono avvenire in maniera naturale, ad esempio tramite variazioni del ciclo solare. Tuttavia, a partire dal diciannovesimo secolo, le attività umane sono state il fattore principale all’origine dei cambiamenti climatici, imputabili essenzialmente alla combustione di combustibili fossili come il carbone, il petrolio e il gas» (unric.org/it/che-cosa-sono-i-cambiamenti-climatici/). Il problema è che le concentrazioni di gas a effetto serra sono ai livelli più elevati degli ultimi due milioni di anni. E le emissioni continuano ad aumentare. Le Nazioni Unite proseguono argomentando che «molte persone pensano che i cambiamenti climatici significhino essenzialmente temperature più elevate. Tuttavia, l’innalzamento della temperatura è solo l’inizio della storia. La Terra è un sistema in cui tutto è collegato e, pertanto, i cambiamenti in una zona possono influenzare i cambiamenti in tutte le altre. Attualmente fra le conseguenze dei cambiamenti climatici figurano siccità intense, scarsità d’acqua, incendi gravi, innalzamento dei livelli del mare, inondazioni, scioglimento dei ghiacci polari, tempeste catastrofiche e riduzione della biodiversità» (Ibidem).

L’(in)giustizia climatica: conseguenze che si propagano nello spazio e nel tempo
Gli effetti del cambiamento climatico non si distribuiscono in modo uniforme. Per noi che viviamo in paesi relativamente agiati è molto importante comprendere che a pagarne il prezzo più alto sono soprattutto le persone e le comunità più povere e vulnerabili, l’ambiente naturale in sé e le tante specie irrimediabilmente estinte o che stanno scomparendo. Le conseguenze, inoltre, non riguardano solo chi vive oggi sul nostro pianeta: si propagano, oltre che nello spazio, anche nel tempo, pregiudicando il futuro delle prossime generazioni. In altre parole, a farne le spese è soprattutto chi non ha responsabilità. Per questo si parla di (in)giustizia climatica: un modo di guardare ai cambiamenti climatici attraverso la lente dei diritti umani.
Per affrontare le numerose questioni che questo tema porta con sé, in un articolo pubblicato nel 2019 sulla rivista InDepthNews Daisaku Ikeda ha indicato un criterio di priorità su cui basare scelte e azioni, frutto della visione buddista secondo cui nessuno deve essere lasciato indietro: «Nell’elaborare risposte al cambiamento climatico dobbiamo tener conto dei bisogni e del sentire di coloro che stanno subendo gli effetti del riscaldamento globale in tutto il mondo e che sono vulnerabili anche alle diseguaglianze di genere e ad altre forme di discriminazione strutturale, invece di pensare semplicemente ai costi economici che sono assai più facili da quantificare» (BS, 198, 10).

Quale ruolo vogliamo avere
Non tutto è perduto. Possiamo registrare diverse inversioni di tendenza, frutto della consapevolezza sempre maggiore e radicata di quanto il tema del cambiamento climatico sia urgente e drammatico.
Una prima buona notizia è la crescita delle energie rinnovabili. Negli ultimi anni la capacità di produrre elettricità da sole e vento è aumentata più in fretta di qualsiasi altra fonte. In molti paesi le rinnovabili hanno superato il carbone nella produzione di elettricità, in un trend che costituisce la base per accelerare il distacco dai combustibili fossili.
Una seconda buona notizia è che per rispondere alla crisi e all’ingiustizia climatica non si parla più solo di tecnologie, ma di equità e di etica. Sempre più governi e comunità locali discutono di “transizione giusta”, cioè di un passaggio dalle energie inquinanti a quelle pulite che non scarichi i costi sulle persone più fragili ma crei nuovi lavori dignitosi, sostenga i territori più esposti e distribuisca in modo equo rischi, sacrifici e benefici della transizione.
Ma non siamo ancora dove dovremmo essere.
Per chi pensa che il cambiamento climatico sia un’esagerazione o un tema per specialisti, il passo cruciale è guardare alle storie concrete di chi ha perso tutto, chiedersi chi sta pagando oggi e chi pagherà domani il prezzo delle nostre scelte, e decidere quale ruolo vuole avere: spettatore rassegnato o cittadino risvegliato e impegnato affinché le soluzioni già sul tavolo guidino le nostre scelte a livello individuale, delle comunità e della società nel suo complesso?
Dal punto di vista del Buddismo, ciò che occorre è sviluppare la nostra saggezza intrinseca, in modo da porre fine all’ingiustizia climatica che stiamo perpetrando. Perché, nonostante le storture e i veleni che oscurano il nostro cuore e la società, rimane intatta in noi la capacità innata di seguire la via della giustizia, sulla cui base potremo piantare i semi di una nuova consapevolezza nel cuore delle persone. Potremo unirci così alle giovani generazioni, vere protagoniste dell’alleanza globale per la protezione del nostro pianeta, e contribuire a radicare nella società una vera giustizia climatica. (Mirko Lugli)


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