BS 265 / 1 marzo 2026

Consapevoli della nostra impronta ecologica

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Foto di Fulvia Bernacca

Sappiamo in che modo stiamo contribuendo alla crisi ambientale? A seguire alcuni esempi per ridurre il nostro impatto
Cibo, vestiti, trasporti, rifiuti, riscaldamento domestico, fino all’intelligenza artificiale: tante scelte della vita quotidiana, di cui forse non siamo coscienti, contribuiscono all’emergenza ambientale. Informarci da fonti diverse può aiutarci a riflettere e a orientarci nella complessità dell’attuale crisi. Ci accorgiamo infatti, sempre di più, che non c’è una bacchetta magica o una soluzione migliore di tutte; le scienze ambientali sono un insieme di discipline giovani, sperimentali, che interagiscono tra loro coinvolgendo i campi più svariati e che devono trovare soluzioni adatte agli ambienti più diversi del nostro pianeta. Qualche suggerimento in base al quale fare le proprie scelte: conoscenza del luogo in cui si vive, consapevolezza di sé, del proprio stile di vita, della propria salute. In breve: elasticità, adattamento, e soprattutto consumare meno e meglio. 

IL PREZZO DI UNA RIVOLUZIONE

Intelligenza artificiale
Dalla medicina alla ricerca scientifica, dalla lotta al cambiamento climatico all’istruzione, l’intelligenza artificiale sta trasformando molti ambiti della società. Ma questa rivoluzione ha un costo ambientale crescente. Come ha sottolineato Golestan Radwan dell’UNEP (il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), dobbiamo «assicurarci che l’effetto netto dell’AI sul pianeta sia positivo prima di implementarla su larga scala». 
E l’impatto sull’ambiente e sulla società dipende dalle scelte che facciamo oggi.
Contrariamente alla metafora del cloud (nuvola), che dipinge il mondo digitale come leggero e intangibile, l’infrastruttura che supporta l’intelligenza artificiale è estremamente materiale. Nel 2022 i centri di elaborazione dati hanno consumato a livello globale 460 terawattora di elettricità; entro il 2026 potrebbero raggiungere i 1.050 terawattora, ovvero più di quanto consuma il Giappone per fabbisogno elettrico. Si stima che una singola domanda a un programma di intelligenza artificiale possa richiedere fino a dieci volte più elettricità di una ricerca web tradizionale. C’è poi l’acqua: entro il 2027 la domanda globale legata all’AI potrebbe raggiungere tra i 4,2 e i 6,6 miliardi di metri cubi, superando il consumo annuale del Regno Unito. Si aggiungono poi i rifiuti elettronici e l’estrazione di minerali critici con processi spesso distruttivi per l’ambiente. Senza dimenticare che le soluzioni generate dall’AI possono essere influenzate da distorsioni dovute a dati incompleti, inesatti o non rappresentativi, ma anche a scelte di progettazione. Con il rischio di rafforzare disuguaglianze e squilibri preesistenti.
Ma l’intelligenza artificiale può anche essere alleata. L’UNEP stesso la utilizza per rilevare emissioni di metano anomale, inviando allerte ai governi. È uno strumento per ridurre gli sprechi nelle reti energetiche. Nell’agricoltura di precisione permette di applicare trattamenti solo dove necessario, riducendo l’uso di acqua e prodotti chimici. Consente di accelerare la scoperta di nuovi materiali e tecnologie per l’ambiente, riducendo i tempi di ricerca da anni a mesi. Per fare alcuni esempi.
Il punto è che per contrastare – e non accelerare – il degrado ambientale, occorrono politiche adeguate. L’Europa si è mossa: il regolamento AI Act mira a garantirne un uso etico e sicuro, mentre in Italia la Legge 132/2025 ha elevato la sostenibilità a valore fondamentale nelle politiche legate all’AI. A livello globale, nel febbraio 2025 è nata la Coalition for Environmentally Sustainable AI, con oltre cento partner internazionali.
Ci troviamo a un crocevia. L’intelligenza artificiale ha il potenziale per decifrare la complessità del sistema climatico e ottimizzare l’uso delle risorse. Ma senza una trasformazione consapevole della sua infrastruttura rischia di alimentare la crisi che aspira a risolvere. Il progresso deve accompagnarsi a una nuova consapevolezza della nostra responsabilità verso il pianeta e le generazioni future. La tecnologia, da sola, non basta: serve una trasformazione nel modo in cui la concepiamo e utilizziamo. Con le parole di Daisaku Ikeda: «L’avidità umana ha prodotto un immenso e sofisticato sistema di tecnologia che ha avuto devastanti costi in termini di inquinamento ambientale e depauperamento delle risorse naturali del pianeta. […] Le fondamenta su cui le persone sceglieranno di agire determineranno il successo o il fallimento della civiltà nel futuro. [...] Dobbiamo decidere se diventare umani, nel senso più nobile del termine» (cfr. Un nuovo umanesimo, Esperia, pp. 143-144).
(Carlo Abrate)

NON ESISTE IN NATURA LA PERDITA DI VALORE

Moda

Foto di Snejana Shandarinova, modella Korlan Madi

L’impatto della produzione e dei rifiuti tessili sull’ambiente è aumentato in modo esponenziale. Nel 2020 è stato la terza fonte di degrado delle risorse idriche e dell’uso del suolo. Inoltre gli acquisti di prodotti tessili nuovi (fast fashion) nell’UE hanno generato circa 270 chili di emissioni di CO2 per persona, e solo l1% degli abiti usati vengono riciclati in capi nuovi (fonte: European Parliament). Ma è possibile creare come fa la natura, realizzando capi che abbiano una possibile rigenerazione a fine vita: la testimonianza e i consigli di Tiziano Guardini, stilista

Quando mi chiedono «chi sei?», di definirmi, la mia risposta è: sono un essere vivente che vive con gli altri esseri viventi su questo pianeta, noi siamo essenzialmente Vita. Spesso però nella quotidianità ce lo dimentichiamo, pensiamo di avere questo mondo a disposizione per rispondere alle nostre esigenze, in maniera estremamente ego riferita. Possiamo parlare di moda, ma anche di ogni aspetto del nostro agire: si tratta di fare ognuno e ognuna la propria parte nel suo ambito. Si tratta di dare valore alla vita, di celebrarla e quindi di celebrarci nella nostra essenza.
Nell’immaginario collettivo esiste ancora la dicotomia uomo-natura, quando in realtà noi stessi siamo natura e dobbiamo ricordarci di agire, disegnare e produrre – nel caso della moda soprattutto – come farebbe “lei”, rispettandone e capendone le regole, la capacità di mantenere l’armonia, gli equilibri, i segreti più sottili. Quindi direi che essenzialmente il mio lavoro è guardare come agisce la natura, esserne un attento osservatore. È qualcosa per cui ho sempre avuto una spiccata sensibilità: posso dire di essere stato fortunato, perché sento che è parte della mia missione in questa vita.
Ho iniziato la carriera da stilista nel 2011 creando abiti-scultura fatti, ad esempio, con le cortecce degli alberi o con gli aghi di pino, capi in cui non ci fosse solo la mia mano ma anche quella della foresta, ricucendo, se così posso dire, quel legame. La natura ci insegna il valore del tempo, della costruzione della vita, mentre noi ormai siamo abituati a comprare e a buttare, senza vedere il lavoro, l’amore, il sacrificio di altre vite che c’è dietro un oggetto.
Faccio questa premessa: nel 2007, quando ho iniziato l’Accademia a Roma, già sapevo come veniva fatta la seta; il baco crea un bozzolo, che poi rompe per diventare farfalla. Mi è sempre stato detto che, per evitare che in tale processo si distrugga il filo continuo del bozzolo, lo si fa bollire con dentro ancora il baco, che così muore. Io trovavo assurdo che per fare ad esempio una camicia dovessi uccidere altre vite. Cosi dopo cinque anni di ricerca ho trovato la cultura della Ahimsa, che in sanscrito significa “senza violenza”, arrivata anche nell’industria tessile: si produce una “seta nonviolenta” in cui si raccoglie il bozzolo dopo che è stato abbandonato dalla farfalla. All’epoca pensavo semplicemente: «Non uccido una vita e rispetto l’evoluzione»; con il passare degli anni ho percepito come grazie a questa possibilità creo anche un dialogo evoluto tra specie diverse, perché prendo qualcosa che a quell’essere vivente non serve più senza danneggiarlo.
Un altro segreto della natura è la circolarità, ovvero il mantenimento di ogni cosa nella catena del valore. Siamo noi esseri umani che abbiamo introdotto il tema dello scarto, ma in natura non esiste la perdita di valore, tutto si trasforma per diventare nutrimento e vita per qualcos’altro. Tempo fa riflettendo su questo tema ho creato alcuni quadri con tessuti d’archivio e di fine produzione, che poi sono stati trasformati in cappotti o in kimono e ora vengono venduti con un certificato di autenticità. Si apre così una nuova strada: come accade con le opere d’arte, che non subiscono perdita di valore, così anche nella moda un capo può continuare a vivere più di una stagione. 
Ultimamente siamo abituati all’acquisto compulsivo, meno curato, siamo poco attenti a cosa mettiamo sulla pelle. Il mio progetto vuole dare alle persone la possibilità di scegliere di indossare capi che sappiano di rispetto della vita, che permettano una riconnessione con la natura. Ritengo che fare scelte sostenibili e accessibili economicamente sia possibile. Ecco alcuni miei consigli:
1. Conoscere il brand, fare una ricerca sul marchio, sia in base alla propria fisicità e al proprio gusto, sia per le politiche che attua, anche rispetto alle modalità di lavoro. Sostenere un brand significa chiedersi quale società vogliamo alimentare. Inoltre i capi di abbigliamento sono qualcosa che facciamo entrare nel nostro armadio, che mettiamo sulla pelle: studi recenti dimostrano la tossicità di alcuni capi di determinati brand. 
2. Considerare il vintage, ossia mantenere nella catena del valore qualcosa che altrimenti non avrebbe quel tipo di mercato, e risparmiare, comprando capi di qualità a prezzi accessibili. 
3. Imparare a leggere le etichette, evitando di comprare le mischie tra materiale organico e sintetico, o capi che abbiano all’interno dell’elastomero (cotone ed elastan), in quanto sono più difficili da riciclare a fine vita. 
4. Evitare di scegliere compulsivamente. Mi viene in mente un articolo stupendo, di Orsola De Castro, nel quale si suggeriva di chiedersi, al momento dell’acquisto: questo capo lo considero l’amore della mia vita o l’amante di una sera?  È il nostro approccio a fare la differenza. Scegliere consapevolmente ci fa consumare meno, risparmiare di più e portare amore con quello che facciamo entrare nei nostri armadi.
(Tiziano Guardini)

Le domande da farci prima dell’acquisto 

  • Ne ho davvero bisogno?
  • Conosco questo brand? Che politiche utilizza?
  • Ho letto l’etichetta? Di che materiale è fatto questo capo? 
  • Percepisco l’amore delle persone che lo hanno realizzato?
  • Decido di prendermene cura? Di lavarlo nel modo corretto e di ripararlo?

SCELTE POSSIBILI PER PASTI SOSTENIBILI

Cibo

Il cibo sostiene la vita e, come sappiamo, le nostre scelte alimentari ci permettono di avere energia sufficiente per svolgere le attività della giornata e nutrienti per un sano sviluppo del nostro organismo. Il documentario Super Size Me, per esempio, ci ricorda come nutrirsi di “alimenti spazzatura” può avere un esito negativo a livello sia fisico sia mentale. Tuttavia, questo non dovrebbe essere l’unico aspetto da considerare quando facciamo la spesa. Non entrando nel merito delle posizioni individuali, esiste infatti anche l’impatto ambientale, ossia il costo, in termini di risorse utilizzate e inquinamento prodotto, che ogni alimento ha per l’ambiente. Per calcolarlo serve considerare l’intero processo produttivo a partire dall’uso del suolo, come nel caso delle deforestazioni; le emissioni di gas serra; il consumo di acqua; l’effetto dei fertilizzanti; il trasporto e gli imballaggi utilizzati. 
Ma come possiamo orientarci verso scelte più consapevoli senza spazientirci ancor prima di provare? La buona notizia è che un cibo sostenibile è anche più sano, quindi il beneficio è doppio. Ancora una volta, come appare evidente, noi e l’ambiente siamo strettamente connessi.
In realtà possiamo seguire poche semplici linee guida attuabili facilmente. 

  • Ridurre il consumo di carne, principalmente rossa, e in ogni caso cercare di non acquistare la carne di allevamenti intensivi le cui pratiche, particolarmente crudeli nei confronti degli animali, sono state ampiamente documentate. L’impatto ambientale della carne industriale contribuisce infatti in maniera determinante alle emissioni di gas serra, a un consumo eccessivo di acqua, alla distruzione degli habitat naturali, alla perdita di biodiversità, tutti aspetti che hanno un impatto nocivo sulla salute. È quindi preferibile favorire alimenti di origine vegetale. 
  • Rispettare la stagionalità dei cibi e di conseguenza prediligere i prodotti cosiddetti a km 0, riducendo le emissioni relative ai trasporti e il ricorso alle monoculture.
  • Leggere le etichette, che sono il vero strumento per tutelarci, e sbizzarrirci alla ricerca di rivenditori locali biologici per ridurre l’inquinamento delle acque e del suolo, facendo attenzione al packaging utilizzato, cercando anche gruppi di acquisto solidale. Esistono inoltre diversi blog, riviste e documentari che ci permettono di essere sempre informati.
  • Limitare gli sprechi alimentari. In Italia ogni anno vengono buttati 1,7 milioni di tonnellate di cibo, l’equivalente di 3,4 miliardi di pasti da 500 grammi che potrebbero sfamare oltre 3 milioni di persone in povertà (fonte: Waste Watcher International riportati da Il Sole 24 ORE).

Attraverso le nostre scelte abbiamo il potere di pretendere la tutela della nostra salute e dell’ambiente. Scrive Daisaku Ikeda: «Il senso di responsabilità verso il mondo e il futuro non è un sentimento che si può sviluppare dalla sera alla mattina, in totale distacco dalla realtà della vita quotidiana. Se non riusciamo a svilupparlo all’interno delle nostre relazioni più strette e dell’ambiente a noi circostante, non possiamo sperare di farlo in relazione all’intero pianeta o al futuro lontano» (BS 154).
(Valeria Rotili)

MA NON È TUTTO...

Sappiamo che l’impatto della nostra personale impronta ecologica non si esaurisce in quanto detto in queste poche pagine. Le implicazioni e gli approfondimenti sono molteplici, riguardano importanti scelte e svariati ambiti, come ad esempio i trasporti. Sapevi che gli aerei sono il mezzo di trasporto più inquinante? Volare produce 285 grammi di CO2 a passeggero per ogni chilometro percorso (Fonte Il Sole 24 ORE). Per questo motivo tanti giovani scelgono di viaggiare, quando è possibile, con mezzi alternativi.
Molti altri ancora sono gli ambiti su cui informarci per limitare il nostro impatto.
A questo link puoi trovare una serie di contenuti da guardare, leggere, ascoltare per continuare ad approfondire.

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Foto di Fulvia Bernacca

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