A nome del suo fedele discepolo Shijō Kingo, che stava incontrando gravi difficoltà dopo il Dibattito di Kuwagayatsu del 1277, Nichiren scrisse una lettera di petizione (ovvero una spiegazione scritta) al signore di Kingo, Ema, la cosiddetta Lettera di petizione di Yorimoto (RSND, 1, 712).
In essa Nichiren scrive in prima persona come se fosse Shijō Kingo e fa riferimento ai fatti di quel giorno per dimostrare la falsità dell’accusa rivolta al discepolo di aver disturbato il dibattito con la forza, definendola una montatura senza fondamento.
Nichiren descrive la condotta scandalosa e la vera natura del prete Ryōkan del tempio Gokuraku e del prete Ryūzo-bō, dopo il cui sermone aveva avuto luogo il dibattito. In netto contrasto con la sua immacolata reputazione pubblica, Ryōkan, dopo il fallimento delle sue preghiere per la pioggia del 1271, non aveva fatto che odiare ancor più intensamente Nichiren, nonostante avesse promesso di diventare suo discepolo se non fosse riuscito a far piovere con le proprie preghiere. E anche riguardo a Ryūzo-bō, Nichiren rivela che in passato avevano scoperto che si era nutrito di carne umana e di conseguenza era stato scacciato dal monte Hiei.
Afferma anche l’immutabile lealtà di Kingo descrivendo come, per due generazioni, sia lui sia il padre avessero dedicato la vita a servire la famiglia Ema. Poi fa esprimere al discepolo il desiderio che lui e il suo signore potessero conseguire la Buddità.
La lettera afferma anche che Kingo aveva iniziato a praticare il Sutra del Loto sulla base degli insegnamenti di Nichiren, «l’inviato del Tathagata Shakyamuni, il Bodhisattva Pratiche Superiori» (Ibidem, 721). Inoltre Kingo non solo si rifiuta di redigere un giuramento scritto in cui rinuncia alla fede nel Sutra del Loto, ma termina la lettera di petizione esortando il suo signore a convocare coloro che lo avevano falsamente accusato per giudicare personalmente chi stesse dicendo la verità.
Dunque, Nichiren prese il pennello a nome del discepolo che si trovava in una situazione disperata per far comprendere a Ema la devozione di Kingo nei suoi confronti e rimarcarne l’innocenza.
Insieme alla petizione, Nichiren inviò a Kingo una lettera chiamata Ammonimento contro l’attaccamento al proprio feudo (RSND, 1, 730) nella quale suppone che Ryōkan e Ryūzō-bō avessero tramato nell’ombra spronando i vassalli di Ema a formulare false accuse nei confronti di Kingo in modo da costringerlo a scrivere un giuramento in cui abiurava la sua fede.
Continua osservando che, se questi due preti corrotti fossero riusciti a far abbandonare la fede a Shijō Kingo, la guida dei discepoli di Nichiren a Kamakura, poi avrebbero esercitato pressioni affinché anche altri discepoli lo seguissero (cfr. Ibidem, 731).
Nichiren dice poi a Kingo di far trascrivere in bella copia la petizione da discepoli come Daigaku Saburō, Taki no Tarō o Toki Jōnin,1 spiegandogli che se fosse riuscito a far avere il documento al suo signore, probabilmente la faccenda si sarebbe risolta.
Inoltre, afferma: «Quanto agli altri, lasciali protestare contro di te finché vogliono. Se poi deciderai di presentare la petizione al tuo signore, questa notizia potrà diffondersi fino a Kamakura e forse raggiungere il reggente stesso. Questo significa cambiare la sfortuna in fortuna» (Ibidem).
Nichiren ricercava occasioni di dibattito pubblico con i preti delle altre scuole, e in particolare con Ryōkan. Rivelando la vera natura di quei preti in Lettera di petizione di Yorimoto, sperava che ciò avrebbe permesso al sovrano (cioè il reggente che svolgeva le funzioni di sostituto dello shogun) di conoscere la verità riguardo ai fatti imbarazzanti che riguardavano Ryōkan.
BS / 9 aprile 2026