BS 269 / 1 novembre 2026

Lezioni di vita

The Holdovers, film diretto da Alexander Payne, 2023

immagine di copertina
Foto: ©️ Focus Features / Miramax. Editorial use only

Vocalizzi natalizi, intervallati da campi lunghi innevati, aprono la scena sulla Barton Academy, la prestigiosa scuola maschile per i rampolli dell’alta borghesia americana. La regia ci scorta lungo il collegio, fino ad arrivare all’ufficio di Paul Hunham, il temutissimo e impopolare professore di civiltà antiche. Papillon, pipa in bocca e una pila di compiti da correggere. Dall’umore ci è subito chiaro il suo temperamento: antipatico, un po’ bizzarro, a tratti spietato; e Paul Giamatti non ha nessuna paura a vestirne su misura gli scomodi panni! L’immobilismo dell’ufficio del professore lascia il posto alla frenesia dei ragazzi pronti per le vacanze lungo i corridoi del dormitorio.
Osserviamo dei giovani incatenati da atteggiamenti tanto stereotipati da seguire quasi un copione obbligato. Tra loro spicca Angus Tully, una testa calda dal cuore buono, e ci basta osservare i suoi occhi per intuire che nasconde un’intimità diversa, brillante e profondamente afflitta. Stacco, e si apre davanti a noi la scena su Mary Lamb, la responsabile della mensa del collegio. Voce e gesti decisi svelano la sua tenacia, ma non appena il suo sguardo si perde a osservare la neve fuori la finestra, capiamo che custodisce un dolore abissale. 
Tre personaggi, tre universi emotivi, che per diverse ragioni non hanno una famiglia con cui passare le feste, e si ritrovano forzati a trascorrere insieme nel campus le vacanze di Natale del 1970. 
Bloccati così in quella «innevata isola», dopo non pochi e buffi scontri iniziali, i tre cuori solitari iniziano a sfiorarsi e a svelarsi reciprocamente nei differenti vissuti, difficoltà e dolori, come le punte di un perfetto triangolo equilatero narrativo.
Tra le gelide mura del collegio maschile è Mary a emergere, la vibrante figura femminile interpretata da una magnifica Da’Vine Joy Randolph, che con pochi primi piani riesce a farci leggere il vuoto assordante lasciato dall’assurdità della guerra, dall’ingiustizia sociale, dai vani sacrifici, da un lutto inesauribile. È una donna spezzata, ma che fa da asse portante per creare quel terreno fertile di umanità condivisa di queste tre anime perdute in un destino che sembra già stato scritto per loro. Ma è proprio quella forzatura al copione, quel dover uscire dalla comoda gabbia della solitudine, che li porta ad aprirsi a una nuova speranza, a scenari meravigliosamente imprevisti per il loro futuro. 
Al regista non basta mostrarci la storia, vuole farcela vivere, riproducendo lo stile cinematografico dell’epoca. Salta all’occhio la tecnica di montaggio delle dissolvenze, che aiutano il racconto  a compiersi e permettono alle scene di soffermarsi dentro di noi, donando una poetica malinconia a una commedia brillante con importanti note agrodolci, semplice negli avvenimenti ma inaspettata nei sentimenti, perché autentica.
Non racconta di un insegnante infallibile, che salva l’allievo bisognoso, ma di diversi bisogni che si nutrono del sostegno reciproco. E, compreso questo, il professore è disposto a tutto, ai voti sostituisce la felicità del suo studente, comprendendo che l’educazione non è quel freddo mezzo dietro il quale corazzarsi, ma un potentissimo strumento di confronto in grado di far emergere il meglio l’uno dall’altro, conquistando così una nuova libertà. «Lei ce la può fare», dirà il professore ad Angus, «stavo per dirle la stessa cosa» risponde lui, con gli occhi colmi di una nuova speranza. (Rossella Maci)

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