Uno dei contributi di Daisaku Ikeda alla creazione di un mondo pacifico è costituito dalle sue quaranta Proposte di pace, presentate ogni anno tra il 1983 e il 2022 il 26 gennaio, anniversario della fondazione della SGI. Ne parliamo in questa tavola rotonda con il sociologo Antonio La Spina e alcuni studenti e studentesse (Andrea Yugi Balestra, Giulia Carmeli, Luigi Oriolo, Michela Pasi) che in questi mesi si sono dedicati a uno studio approfondito di queste proposte
Redazione: Leggendo le Proposte di pace del maestro Ikeda emerge come, anche in situazioni critiche, egli abbia sempre offerto una visione attiva e positiva del ruolo che ciascuno e ciascuna di noi può avere in relazione ai problemi globali. Vorremmo quindi chiedere – sia a lei professore che a voi studenti qui presenti – quale può essere il contributo che le Proposte di pace possono fornire rispetto alla situazione odierna. Come è possibile nutrire speranza anche di fronte alle gravi difficoltà attuali?
La Spina: La speranza è fondamentale, dal punto di vista spirituale, umano e anche politico. Senza speranza subentra la disperazione che, sebbene possa in alcuni casi spingere ad azioni straordinarie, spesso porta allo scoraggiamento e alla resa.
Chiaramente avere un’ispirazione religiosa può aiutare – e questo vale per il Buddismo come per le altre religioni – ma non è una conseguenza scontata: capita che dall’abbracciare una religione possa derivare un ritiro nel proprio privato, in un rapporto con il sovrannaturale che si proietta verso un altro mondo ideale, o comunque una dimensione diversa. Invece Ikeda parla di una speranza che riguarda il mondo reale in cui ci troviamo.
Se perdiamo la forza di sperare e operare per un cambiamento finiamo per adeguarci alla situazione attuale, ci appiattiamo. E allora come possiamo sperare? La speranza è ciò che ci fa guardare a un futuro che può essere diverso, con l’idea di migliorare le cose non solo per noi, ma anche per gli altri.
Ikeda ha sempre sottolineato l’importanza di avere una prospettiva di speranza, persino di fronte a sfide enormi come quelle che affrontiamo oggi. Possiamo definirlo l’“uomo del dialogo” perché lo ha praticato con grande efficacia anche in contesti difficilissimi, ad esempio dando un contributo importante nella creazione di buone relazioni tra Cina e Giappone quando erano ostili [a questo proposito vedi la sua stessa testimonianza a p. 14, n.d.r.]. E in ciò non ha fatto leva su una forza politica o economica ma sulla forza della speranza, la forza delle idee, la forza della compassione.
Un altro dialogo importante lo ha intessuto con Michail Gorbaciov, quando l’operato di quest’ultimo ha portato alla fine della guerra fredda. Sembrava un momento storico particolarmente positivo perché stava emergendo una speranza realizzabile. Poi sono stati commessi diversi errori da tutte le parti in causa, dall’Occidente e dalla Russia. La situazione oggi è molto diversa, mentre ci portiamo dietro un’eredità pesante della guerra fredda: le armi nucleari, la cui eliminazione Ikeda ha continuato a indicare come della massima urgenza.
Nutrire speranza è indispensabile, ma questo non significa farsi illusioni o mettersi i paraocchi. La capacità di Ikeda di trarre forza da un’ispirazione religiosa e di tradurla in azioni concrete fa sì che le sue indicazioni non si limitino a dichiarazioni idealistiche: sono proposte mirate, che si basano su una conoscenza profonda dei problemi reali. Questo aspetto le rende rilevanti anche per il contesto attuale.
Pasi: Grazie professore. Leggendo il testo della laudatio che ha presentato all’Università di Palermo nel marzo del 2007, in occasione del conferimento della Laurea in Scienze della Comunicazione a Daisaku Ikeda, mi ha colpito il modo in cui ha affrontato il tema dell'aspetto caratteristico della sua comunicazione parlando di “strategia cooperativa”, mettendo in luce come egli sia stato in grado di dialogare con tantissime persone in modo specifico, poiché ognuna aveva un background diverso.
Ciò che a me dà speranza è vedere come il maestro Ikeda abbia portato avanti il suo impegno fino alla fine della vita. Mi incoraggia perché mi succede di avere tantissime idee e progetti e un attimo dopo ostacoli e contraccolpi che mi fermano, e vedo nel suo esempio la prova concreta del fatto che sono le persone comuni a creare la pace.
Carmeli: Anch’io approfondendo le quaranta Proposte di pace scritte da Daisaku Ikeda ho notato quanto siano concrete. Parlando della speranza, mi ha colpito come non la consideri una capacità per così dire sovrannaturale ma il risultato del desiderio di alleviare la sofferenza degli altri. Penso che per noi giovani generazioni, che ci troviamo ad affrontare tante “turbolenze”, sia molto incoraggiante potersi riferire a questa immagine della speranza non come qualcosa di utopistico, ma come atteggiamento concreto che possiamo costruire all’interno del nostro cuore. E che possiamo portare nella società.
In relazione a questo aspetto della concretezza delle proposte di pace, vorrei chiederle secondo lei quale tipo di impatto possono avere a livello socio-politico globale.
La Spina: Le proposte di Ikeda spaziano dalla riforma delle Nazioni Unite alla riduzione degli armamenti nucleari, alla lotta contro l’inquinamento e a tanti altri temi. Sono proposte che affrontano problemi complessi in modo realistico e dettagliato. Non sono mai generiche o utopistiche, ma cercano sempre di offrire soluzioni concrete, basate su un’analisi approfondita.
Ikeda ha lavorato per costruire un mondo migliore attraverso l’azione collettiva. Questo approccio è stato particolarmente visibile in Giappone, dove la Soka Gakkai ha sostenuto iniziative politiche per promuovere la pace e la protezione dell’ambiente. Tuttavia il cambiamento globale richiede tempo, compromessi e molta pazienza.
Generalmente chi si occupa dei movimenti religiosi sono i sociologi della religione, cosa che io non sono, essendomi interessato nella mia carriera alla valutazione delle politiche pubbliche.
Certamente Daisaku Ikeda ha avuto un ruolo importantissimo nella sfera religiosa, facendo diventare mondiale un movimento che prima era limitato al Giappone. Ma ciò che a me ha interessato è stato il contributo che ha dato in relazione alle decisioni politiche a livello non solo nazionale ma internazionale.
Non è facile avere un impatto sulle questioni globali anche se si è leader di religioni più antiche e strutturate, a maggior ragione se si è esponenti di un movimento relativamente recente, anche se legato a una tradizione millenaria, come è la Soka Gakkai.
Nelle vesti di presidente della Soka Gakkai Internazionale Ikeda ha posto l’accento sul ruolo delle organizzazioni non governative globali, occupandosi di implementare gli spazi consultivi a loro dedicate, incoraggiando allo stesso tempo un riassetto delle Nazioni Unite per rispondere alle sfide di oggi. Un riassetto che oggi è quanto mai urgente.
Pasi: Mi incuriosiva sapere da dove è scaturito il suo interesse accademico per la figura del presidente Ikeda.
La Spina: Io sono di Palermo e anni fa, intorno al 2000, lavoravo in una scuola di specializzazione nella facoltà di Scienze della formazione che si occupava di politiche per la tutela dei diritti umani. Proprio in quel periodo e in quel contesto fu organizzata dalla Soka Gakkai una mostra sui diritti umani. È così che sono venuto a conoscenza della Soka Gakkai e di Daisaku Ikeda, che prima non conoscevo; ho iniziato a documentarmi e così è nato il mio interesse che è proseguito nel tempo.
Oriolo: Secondo lei, azioni come la promozione delle mostre o la raccolta di firme per l’abolizione delle armi nucleari possono portare le persone, e le nazioni, a cambiare il loro approccio nel rispondere a determinate esigenze socio-politiche?
La Spina: Quando ancora non c’era internet o non c’erano i social, le raccolte di firme avevano un valore diverso, oggi se ne fanno in continuazione perché online è molto più facile. Ma è cosa ben diversa raccogliere le firme guardando in faccia le persone. Realizzare delle mostre che la gente va fisicamente a visitare permette di creare un dialogo e così, come è stato nel mio caso, possono nascere occasioni per confrontarsi o collaborare.
Per portare un cambiamento ci vuole anche altro: risorse economiche o la possibilità di avere un’influenza a livello decisionale.
Sono tante le frecce che abbiamo per l’arco dell’impegno civile al fine di realizzare un cambiamento.
Balestra: Che consiglio darebbe a noi giovani su come approcciarsi alle Proposte di pace di Daisaku Ikeda?
La Spina: Nella mia carriera di professore di Valutazione delle politiche pubbliche ho cercato di individuare strumenti il più possibile scientifici per analizzare l’impatto delle decisioni. Serve un metodo rigoroso per valutarle correttamente.
Le Proposte di pace vanno studiate senza perdere di vista l’evoluzione nel tempo. Un altro aspetto importante che emerge leggendole è quanto Daisaku Ikeda abbia saputo trovare i punti di contatto con tutte le fedi, concentrandosi sull’inclusione e non sulle differenze. Questo approccio di apertura è tipico del Buddismo ma io credo che sia una capacità peculiare di Ikeda, che gli ha permesso di dialogare con numerose istituzioni internazionali.
Ikeda ha saputo coniugare l’aspetto religioso con un forte aspetto operativo in relazione ai problemi attuali, ponendosi costantemente il problema di non avanzare suggerimenti irrealizzabili ma di dare indicazioni precise, specifiche, mirate, che potessero camminare. Secondo me la bellezza di queste proposte è che materializzano in modo operativo e tecnico una prospettiva spirituale, mantenendo un certo spessore intellettuale e di contenuti.
Redazione: Ci ha colpito il fatto che lei abbia definito Ikeda un “profeta laico”, affermando anche che non è stato semplicemente profeta di idee, ma costruttore di istituzioni.
La Spina: Ikeda è stato sempre molto concreto, e questo credo sia dovuto all’esperienza che lui stesso ha fatto della guerra. Da un lato si riconosce nelle sue proposte una conoscenza dell’effettivo funzionamento delle istituzioni e del ruolo delle organizzazioni non governative. Dall’altro lato egli stesso si è molto dedicato a creare delle istituzioni: università, istituti culturali, musei… non solo in Giappone ma in tutto il mondo.
L’ho definito un “profeta laico”: teoricamente Daisaku Ikeda sarebbe un “profeta religioso” ma in lui ho visto preponderante l’aspetto laico, per via di tutte le sue azioni e realizzazioni, molto più laiche di quanto ci si potrebbe aspettare prima di conoscerlo. È la vocazione verso la concretezza di un leader spirituale, un caso assai raro.
