Agire è nascere

Filosofia

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Intorno alla metà del Novecento, alla luce dell'alba seguita alla sconvolgente notte delle due guerre mondiali, due filosofe – Hannah Arendt e María Zambrano – sono arrivate, per vie diverse, a intendere la nascita come metafora fondante nell'ambito di una radicale riconsiderazione dell'etica, della politica e, più ampiamente ancora, della stessa tradizione filosofica occidentale.
Zambrano va in cerca di una "ragione materna" che, in antitesi a un sapere assoluto, si faccia «divinamente materialista» nel senso dell'attaccamento al concreto, all'umano reale. Solo una razionalità così intesa è in grado di offrirci quelle verità germinanti di cui la vita ha bisogno nel suo continuo rinascere. «Perché non basta nascere una volta [...] La vita umana esige di venire continuamente trasformandosi, di venire incessantemente correggendosi». Zambrano afferma infatti che l'umano si distingue dagli altri animali in quanto è mancante di definitività: ha una nascita incompleta ed è perciò chiamato a un nascere interminabile, reso possibile dal tempo e dalla speranza.
Ma l'incompletezza implica anche la novità che ognuno e ognuna di noi è per il mondo: come l'alba che lacera l'oscurità, ogni bambino e ogni bambina entra nel mondo «ferendolo» perché lo apre «a una nuova storia», a un «futuro imprevedibile», e questa ferita vitale, attraverso cui si fa strada la luce, si allarga a ogni nostro nuovo inizio, ogni volta che apriamo e tracciamo una via.
Analogamente, per Arendt, «con la parola e con l'agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale». «Agire, nel senso più generale, significa prendere un'iniziativa, iniziare [...], mettere in movimento qualcosa [...] Poiché sono nuovi venuti e iniziatori grazie alla nascita, gli umani [...] sono pronti all'azione. [...] Quest'inizio – anche per Arendt, come per Zambrano – non è come l'inizio del mondo: non è l'inizio di qualcosa, ma di qualcuno che è a sua volta un iniziatore», un'iniziatrice, in quanto è libero, libera. Così, da ogni umano «ci si può attendere l'inatteso» a causa dell'unicità, della novità che la sua vita è.
Se la pensatrice spagnola sottolinea il ruolo ostetrico della speranza, la politologa tedesca insiste su quello del coraggio, che «è praticamente già presente in ogni volontà di agire e parlare, di inserirsi nel mondo e iniziare una propria storia», nel «lasciare il proprio riparo e mostrare chi si è». Tale rivelazione di sé non è propriamente intenzionale: essa, piuttosto, emerge quando siamo semplicemente con gli altri. Quando invece siamo aprioristicamente contro o a favore di qualcuno, l'azione e il discorso non sono più tali: la prima diviene violenta e il secondo si riduce a «chiacchiera», entrambi meri mezzi per raggiungere fini prestabiliti. L'etica e la politica vere e proprie – e il potere autentico che ne scaturisce – si danno quindi solo dove «parole e azioni si sostengono a vicenda, dove le parole [...] non sono usate per nascondere le intenzioni ma per rivelare realtà, e i gesti non sono usati per violare e distruggere, ma per stabilire relazioni e dare vita a nuove realtà». (Donato Ferdori)

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